Venezuela: la difficile sfida al “Socialismo del XXI secolo”

Capriles Radonski sarà il candidato del MUD che sfiderà Chávez alle presidenziali del prossimo ottobre. Rappresentante delle istanze di cambiamento del ceto medio, pur sostenendo di voler mantenere parte del programma sociale chavista a vantaggio delle classi più povere, Radonski promette di smantellare un sistema di potere, personalistico e statalista, profondamente radicato nella società venezuelana. Nonostante la significativa partecipazione popolare alle primarie, il consenso elettorale di cui gode il Comandante, rinvigorito dai successi della sua politica di sostegno ai ceti indigenti, fa del Presidente un avversario difficile da battere.

Le primarie di domenica 12 febbraio hanno svelato il volto politico che, portavoce delle istanze di cambiamento socio-economico espresse dal MUD (Mesa de la Unidad Democrática), concorrerà contro il presidente Hugo Chávez nelle presidenziali previste per il 7 ottobre 2012. Si tratta di Henrique Capriles Radonski, attuale governatore dello stato di Miranda ed ex sindaco di Baruta. Figlio di immigrati ebrei giunti in Venezuela per sfuggire alle persecuzioni naziste, è stato accusato di coinvolgimento nel golpe ordito ai danni di Chávez nel 2002 e di aver sostenuto l’assedio all’ambasciata cubana, nella municipalità sottoposta alla sua gestione, dove si nascondevano alcuni ministri del governo temporaneamente deposto. Oppositore delle politiche stataliste e “populiste” adottate dalla corrente amministrazione, ha accuratamente evitato di criticare, vuoi per un calcolo elettorale vuoi per parziale consonanza di idee, l’agenda sociale di Chávez, largamente apprezzata tra gli strati più indigenti della popolazione venezuelana. Ha così enfatizzato l’importanza di intervenire in altri ambiti, come i crescenti tassi di inflazione e criminalità, preoccupanti deficienze del mandato politico dell’attuale presidente.

Circa 3 milioni di persone hanno partecipato alle consultazioni, su un totale di 18 milioni di abitanti. Le premesse sono quindi più incoraggianti per lui che in passato, quando un’opposizione divisa ha dovuto rovinosamente constatare la indubbia popolarità del Comandante. Consapevoli delle differenze programmatiche ed ideologiche ma fortemente determinati ad evitare le umilianti sconfitte del passato, i partiti d’opposizione hanno deciso di unire i propri sforzi, cementando la loro alleanza elettorale antichavista nella creazione della Mesa de la Unidad Democrática. Secondo le linee guida del programma, l’alternativa al “Socialismo del XXI secolo” punta alla diversificazione di un’economia petrolifera pericolosamente suscettibile alla volatilità dei prezzi delle materie prime, alla creazione di un ambiente giuridico ed economico stabile, favorevole all’iniziativa privata, alla lotta all’inflazione e alla promozione di una maggiore integrazione economica regionale, riportando il paese nella comunità andina e incentivando la cooperazione di questa organizzazione con il MERCOSUR. La MUD intende inoltre rafforzare il sistema di sicurezza sociale e garantire la difesa del diritto di proprietà, pregiudiziale basilare per un aumento dei flussi di investimento finalizzato ad allargare e diversificare le capacità produttive del paese. In particolare, per ciò che concerne il settore petrolifero, l’opposizione sostiene che questo obiettivo necessita della collaborazione di altre imprese, pubbliche e private, venezuelane o meno. Infine, sviluppo di uno Stato decentralizzato e federale.

A guidare questo tentativo elettorale sarà quindi il trentanovenne Henrique Capriles Radonski, avvocato di centro-sinistra, ammiratore dichiarato del modello brasiliano targato Luiz Inacio Lula da Silva, garante degli interessi della classe imprenditoriale ma, a suo dire, attento alle esigenze dei ceti più poveri.

Il contesto economico

A partire dal 2003, in seguito alla stabilizzazione della situazione politica dopo il fallito golpe del 2002, si assiste ad una rapida crescita economica, con un incremento del PIL in termini reali del 87,3%. Non solo l’aumento dei flussi di esportazione del petrolio, ma anche l’adozione di una politica monetaria e fiscale espansiva hanno condotto a questo risultato. Caracas ha potuto sfruttare gli introiti per ridurre il proprio debito pubblico ed onorare i propri impegni con gli enti creditizi esteri. Inoltre, l’accumulazione di riserve valutarie straniere e la credibile reputazione di solvibilità di cui gode sui mercati finanziari internazionali, hanno permesso al paese di affrontare riduzioni delle entrate petrolifere. Nel 2008 il Venezuela registrava un avanzo nel conto corrente con l’estero, dovuto ad una progressiva accumulazione di valuta straniera. Quando i prezzi del petrolio crollarono, il governo dovette ricorrere alle sue riserve valutarie per pagare le importazioni (per un periodo di sei mesi si era addirittura registrato un deficit nella bilancia dei pagamenti internazionali). Caracas ha così mostrato la sua capacità di impedire una drastica riduzione del tasso di crescita nonostante la fluttuazione del prezzo del petrolio, soprattutto grazie ad un debito pubblico contenuto ed un relativo alto livello di riserve internazionali.

Parte degli introiti petroliferi è stata inoltre utilizzata per finanziare un vasto programma di spesa sociale, con investimenti nel settore delle cure mediche, l’erogazione di sovvenzioni nel campo dell’istruzione e della ricerca, e con la distribuzione di alimenti sussidiati. Durante quest’ultimo mandato presidenziale, sono stati costruiti nuovi ospedali, centri di riabilitazione e di emergenza; si sono moltiplicati i negozi e i punti di distribuzione di beni di prima necessità, venduti ad un prezzo più basso di quello di mercato; infine è aumentato il numero di scuole pubbliche, con un incremento del livello generale di istruzione della popolazione. In ultima analisi, il tasso di povertà è diminuito: nel 2007 è stato dimezzato, giungendo al 27,5%, rispetto al picco raggiunto nel 2003, quando il valore si attestava al 55,1%.

Secondo alcuni critici, la generosità sociale del governo di Caracas, finanziata dalla vendita di idrocarburi, ha alimentato un pericoloso vortice inflazionistico, difficilmente controllabile. In particolare, questa situazione potrebbe costringere il paese ad adottare una rigorosa politica di contrazione dell’economia, al fine di arginare il problema. La lotta all’inflazione è una delle priorità del MUD, su cui si è anche basata parte delle critiche all’attuale amministrazione. La pericolosità delle conseguenze, derivanti dalla mancata applicazione di ricette efficaci, sono chiare. Tuttavia, dal momento che il paese registra un notevole surplus nel conto corrente della bilancia dei pagamenti internazionali e incassa più introiti dalle sue esportazioni di quanto riesca effettivamente a spenderne, dispone di diversi strumenti per fronteggiare l’inflazione, senza necessariamente sacrificare la crescita economica nazionale. A titolo esemplificativo, eliminando dalla circolazione l’eccesso di valuta corrente attraverso l’emissione di titoli oppure convertendo in dollari la valuta domestica eccedente, spendendola poi in importazioni.
Per quanto riguarda invece gli squilibri registrati nel tasso di cambio, la moneta venezuelana resta significativamente sopravvalutata. Un ostacolo che si frappone ad una diversificazione dell’economia, in quanto pur garantendo importazioni a basso prezzo, un tasso di cambio elevato rende le esportazioni del paese, nei settori diversi da quello degli idrocarburi, scarsamente competitive nei mercati internazionali. A tal fine, il nove gennaio del 2010 Chávez ha operato una svalutazione della moneta, portando il valore a 4,3 bolivar per dollaro. Tuttavia, in altri settori come alimentazione, scienza e tecnologia, apparecchiature medico-sanitarie, istruzione, rimesse di denaro, è stato fissato un tasso di cambio più alto, di 2,6 bolivar per dollaro. Queste misure hanno rappresentato un inizio, ma il sensibile tasso di inflazione ha mitigato parzialmente la loro efficacia.

Il contesto politico

Il modello politico-istituzionale proposto da Chávez è stato definito il “Socialismo del XXI secolo”. Un paradigma, basato su un sistema economico socialista e sul concetto di democrazia partecipativa o diretta, che il Comandante ha cercato di diffondere in America Latina. Obiettivo ultimo è la realizzazione del bolivarismo, un’integrazione economica e politica regionale in chiave squisitamente anti-imperialista.

Sulla base dell’idea per cui il capitalismo e la democrazia rappresentativa, prodotti del panorama politico ed economico statunitense, servono solo gli interessi delle élite, non già delle persone comuni, durante la sua amministrazione il presidente ha puntato ad installare un sistema di potere basato sul concetto di democrazia diretta, fondato su quattro pilastri fondamentali:

  1. Rapporto personalistico fra il presidente e il suo popolo, per cui l’autorità dello Stato deve essere un leader che comunica direttamente con la gente, che si fa interprete delle loro esigenze e necessità.
  2. Lo stato deve amministrare i principali mezzi di produzione e distribuzione nazionale
  3. Il rafforzamento dell’integrazione economica e politica, domestica e regionale, sarà realizzato dal leader venezuelano, attraverso il sostegno finanziario, politico, militare e sociale dei movimenti popolari.

Da qui la nozione di guerra de todo el pueblo, un conflitto irregolare, asimmetrico, di quarta generazione. Non potendo sfidare il nemico statunitense e i suoi alleati attraverso armi convenzionali, date le minori capacità militari offensive in termini relativi, il conflitto asimmetrico, basato su un mix di svariati metodi irregolari, risulta essere la strategia di combattimento più efficiente.

Per rafforzare la sua posizione all’interno del paese e guadagnare consensi, Chávez ha optato per un generoso e vasto programma di aiuti sociali, per il controllo dei mezzi di comunicazione e per una ri-organizzazione delle strutture di sicurezza. Sono stati infatti instituiti un corpo di polizia nazionale, indipendente dalla forze armate e responsabile per il presidente, e due gruppi paramilitari, il Frente Bolivariano de Liberación e l’Ejército del Pueblo en Armas.

Sul versante internazionale, Chávez ha adottato una strategia di soft-balancing nei confronti delle attese di egemonia che Washington nutre nel subcontinente e nel sistema internazionale. In particolare, il Comandante ha evitato sistematicamente la collaborazione con la Casa Bianca in quella che viene presentata come “lotta al narcotraffico”, ha sviluppato o rafforzato i legami economici e diplomatici con governi ostili a Washington (Iran, Cuba, Siria) e ha promosso fenomeni di integrazione alternativi a quelli proposti dagli Stati Uniti (FTAA, accordo di libero commercio per le Americhe), come l’Alternativa Bolivariana para las Américas (ALBA).

In questo modo, il Venezuela di Chávez ha tentato di indebolire la preponderanza che in passato gli Stati Uniti hanno esercitato nella regione, puntando a irrobustire la propria influenza sia nell’area caraibica sia nell’America meridionale.

Conclusioni

Attraverso questa robusta impalcatura politica, economica, sociale e militare interna, il Comandante è riuscito a coagulare intorno a sé il consenso generale delle masse. Questo sistema di potere, basato sulla democrazia partecipativa (definita come “populismo radicale” dai critici), congiuntamente all’ambizioso progetto, in ambito internazionale, di ridurre il gap esistente con le potenze più avanzate e sviluppate, ha garantito un lungo ciclo politico la cui popolarità, nonostante alcuni cedimenti, divenuti evidenti alle elezioni parlamentari del 2010, si è mostrata ancora molto diffusa. Secondo le ultime valutazioni, Chávez gode infatti ancora del 60% del consenso nazionale.

L’opposizione intanto fa leva sull’alto tasso di criminalità esistente nel paese, sul modesto indice di crescita economico (nel 2010, attorno al 1,6%), sulla preoccupante disoccupazione (nel dicembre 2011, attorno al 8,2%) e sulla dilagante inflazione (nel gennaio 2012, attorno al 26%). Ad ogni modo, nel tentativo di lanciare la sua alternativa al “Socialismo del XXI secolo”, Capriles dovrà innanzitutto allargare la base del suo elettorato, con un programma di compromesso, in grado di attrarre le classi medie, a lungo dimenticate da Chávez, senza tuttavia alienarsi il consenso dei ceti popolari, rappresentanti ancora l’80% del voto nazionale.

Marco Luigi Cimminella


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fonte Geopolitica

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