Dominion from sea to sea

Pacific Ascendancy and American Power

di Bruce Cumings

Recensione di Marco Luigi Cimminella

Nell’affrontare lo studio delle relazioni internazionali statunitensi, la letteratura dominante pone l’enfasi sulla vocazione atlantista che Washington ha mostrato nel relazionarsi con il mondo esterno. In particolare, in seguito all’attacco giapponese di Pearl Harbour, l’internazionalismo atlantico, preponderante nell’establishment politico degli stati della costa orientale, ha legato inestricabilmente il destino della nazione al fato europeo. Da qui ne è derivato, fino al 2001, un sensibile impegno nella cooperazione internazionale, nel multilateralismo e nel potenziamento di sistemi di sicurezza collettivi, in partnership con il vecchio continente.

Senza delegittimare l’importanza di questa dimensione tradizionale, lo storico Bruce Cumings sottolinea però come i due oceani, che bagnano le coste del paese, lo rendano ‹‹simultaneously an Atlantic and Pacific Nation››. Dall’ottenimento dell’indipendenza e fino agli inizi del 900, la politica estera statunitense si era caratterizzata per un feroce espansionismo in direzione dell’inesplorato Ovest ed un successivo imperialismo pacifico. Un unilateralismo prepotente, che ha permeato i rapporti con i popoli d’Oriente e d’Estremo Oriente e che ha poi ceduto il passo ad una svolta atlantista nel corso della guerra fredda. Sempre latente e mai sopito, il modus operandi dell’unilateralismo pacifico ha impregnato l’agenda internazionale neo-conservatrice di George W. Bush, estrinsecando, come con gli indiani d’America e con gli autoctoni filippini e hawaiani, la volontà dell’impero in Medio Oriente, in Asia centrale e meridionale.

Nel tentativo di offrire una visione inedita e onnicomprensiva della politica estera statunitense, l’autore si propone quindi di interpretare, attraverso una chiave di lettura nuova e squisitamente pacifica, le relazioni internazionali che hanno segnato la nascita, caratterizzato la vita e provocato l’ascesa di una delle più grandi potenze mondiali.

Nella sua disamina, Cumings considera i diversi fattori, domestici ed internazionali, che hanno concorso alla creazione di questo mastodonte continentale, sottolineando l’importanza di adottare un approccio in cui l’analisi della politica interna ed estera si compenetrino reciprocamente. Il modello interpretativo utilizzato dall’autore è quello del ‹‹National Security approach›› che, nel relazionare le minacce esterne ai valori fondanti e gli interessi primari di uno stato, esorta a studiare le determinanti della politica estera di un paese integrando il livello d’analisi geopolitico e strategico a quello della politica economica, dell’ideologia e della cultura. E così, dopo che l’élite Wasp ebbe tracciato i propri interessi espansionistici, il decollo industriale di Chicago da un lato e la missione evangelizzatrice e civilizzatrice dall’altro fornirono il contributo finanziario e la legittimazione morale necessari a concretizzarli.

La retorica del destino manifesto era sostenuta dai progressi registratosi nel settore produttivo, dei trasporti e delle telecomunicazioni. Chicago fu la prima città occidentale del continente a marcare ed alimentare ulteriormente, con il suo innovativo quanto rapido sviluppo economico, l’inoltramento in quel giardino senza confini, in quell’Arcadia “vuota e disabitata”, da colonizzare e trasformare nella Utopia statunitense. L’innalzamento dei plessi industriali nelle città del Midwest, la costruzione delle ferrovie, le invenzioni del motore a vapore e del telegrafo, hanno così permesso all’impulso espansionista anglo-americano, incapace di vedere il mondo se non con le lenti della supremazia bianca, della civilizzazione e del progresso, di espletarsi con costanza, energia e continuità.

L’autore si sofferma nell’analizzare la dimensione razziale di questo avanzamento verso le immense praterie dell’Ovest, descrivendo l’incontro con l’altro, il diverso e sviscerando le varie componenti di quell’atteggiamento presuntuoso ed ipocrita di superiorità culturale che i coloni sfoggiavano a contatto con popoli non appartenenti all’ordine delle potenze civilizzate. Esaustivamente esplicativa in questo senso è la conquista delle Hawaii. Missionari e soldati, armati di bibbie e fucili, rimasero basiti alla vista di uomini e donne nudi, ozianti e sereni. Così, generosamente, vestirono gli indigeni dei propri panni, morali e religiosi, mentre loro se ne liberavano, indossando gli abiti di baroni dello zucchero. Infine, a compimento della loro opera, si prodigarono nel distruggere le tavole da surf e li schiavizzarono, violentarono, uccisero. Ben presto, le successive generazioni formarono un’oligarchia ‹‹haole››, bianca, protestante, anglosassone, repubblicana. ‹‹Father and mother may have come to convert the heathen, but they ended up running a tight little plantation oligarchy with two overriding interests: no tariffs on sugar exports to the mainland and cheap servile labor to work the fields››. Se il presidente Cleveland si dichiarò contrario all’annessione delle Hawaii, di parere opposto fu il presidente McKinley, che soddisfò le aspettative delle élite dell’arcipelago. ‹‹Hawaii’s new destiny hadn’t seemed very manifest to Grover Cleveland, but McKinley was a Republican who never liked to see a business interest go unpromoted, and here was the stepping stone or half-way house to the China market (not to mention those sugar plantations)››.

Obiettivi economici e geopolitici, velati da una cortina ideologica, culturale e religiosa, hanno alimentato l’espansionismo imperiale statunitense, che considerò la fine della frontiera come mero preludio all’acquisizione della prossima. Complice la debolezza del nemico, spagnolo ed autoctono, incoraggiata dalla possibilità di adempiere alle responsabilità dettate dal destino manifesto e a beneficiare delle sue finanziarie e strategiche conseguenze, la nazione si trasfigurò così in un impero, occupando isole ed arcipelaghi nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico. Quest’ultimi divennero ben presto dei laghi chiusi, in quanto, nelle loro acque, furono disseminate basi navali, militari e infine aeree, necessarie per difendere le rotte e i traffici con l’Estremo Oriente.

Cumings focalizza inoltre l’attenzione sul punto di svolta rappresentato dall’attacco di Pearl Harbour del 1941, in seguito al quale l’espansionismo pacifico degli Stati Uniti è convolato a nozze con il suo internazionalismo atlantico, segnando l’emergere preponderante di una potenza duale, con una duplice visione geopolitica. Le esigenze contingenti della guerra spinsero il Pentagono a foraggiare generosamente la nascente industria, aerospaziale, navale ed elettronica, in California, Seattle e Portland, mentre 25 milioni di persone migravano negli stati occidentali, cercando lavoro nelle industri belliche. Ed è così che il secondo conflitto mondiale re-inventa la costa americana sul Pacifico e, con essa, l’intero paese, trasformando gli Stati Uniti, ‹‹for the first time in world history, in a continental nation with a combined, integral, industrial economy from the Atlantic to the Pacific››.

Il governo centrale svolse un ruolo fondamentale nell’inquadrare gli Stati dell’Ovest nel mercato nazionale e nel complesso industriale.  Ma fece molto di più. Attraverso l’approvazione del NSC-68 in seguito allo scoppio della guerra di Corea, sollecitò ‹‹the colossal expansion of American military power in the Pacific, in the West, and especially along the coast – army, navy, marines, air force, but also jets, rockets and atomic energy››. Certo, durante la guerra fredda, gli Stati Uniti contavano diverse basi anche in Europa. Tuttavia, l’unilateralismo americano in Estremo Oriente impedì la delineazione di un patto sul modello nordatlantico, in quanto i paesi filo-occidentali della regione tendevano a comunicare fra loro solo attraverso Washington. Si instaurò un sistema verticistico di alleanze, puntellato da trattati bilaterali difensivi fra gli Stati Uniti e ciascuno degli alleati regionali: Giappone, Corea del Sud, Taiwan e le Filippine. Il risultato fu la trasformazione del Pacifico e dell’Estremo Oriente non comunista nell’arcipelago dell’impero, il cui riferimento domestico erano le industrie navali, militari, aerospaziali, informatiche e digitali della costa occidentale americana, in primis della California. ‹‹The essential counterpart of this post-1950 archipelago was a new kind of mechanism at home: a national security state. NSC-68 built the global structure but was perhaps more influential in transforming the American political economy from one where the professional military and the armaments industry had minor influence (1789-1941) to one of dominant influence ever since. In the 1990s the collapse of the Soviet Union led to incremental but ultimately steep declines in the defense budget and the industries that supply it. But now with a commitment to global war against a shadowy, unseen adversary, the military-industrial complex has the best of all possible worlds: it needs everything imaginable to fight the enemy because you can’t find him, so the project is utterly open-ended – and you will never know when you have won››.

Gli Stati Uniti sono stati e sono continuamente modellati dallo loro duale dimensione atlantica e pacifica; ciononostante, la prima tende ad essere dominante. Fin dal suo concepimento, la nazione americana si è distinta per il suo eccezionalismo: se da un lato gli Stati Uniti si definivano in antitesi al vecchio mondo e alle dinamiche di potenza che lo caratterizzavano, dall’altro si costruivano in relazione ad una Europa il cui humus ideologico e filosofico ha finito per nutrirne i primi virgulti politici. La ‹‹genteel tradition››, espressione di quella comunità civilizzazionale atlantista, anglosassone e protestante, in cui si individuano le matrici culturali e valoriali di riferimento dei padri pellegrini del New England, ha influenzato le dinamiche dell’espansionismo continentale ed imperialista statunitense verso ovest, ha strutturato le relazioni commerciali con la Cina, ha ispirato i suoi apparati diplomatici e plasmato il mondo accademico. ‹‹Oregon and Washington quickly achieved a settled system that is a manifest extension of the New England pattern. Texas and California created new versions of American culture, but no new cultures››. ‹‹Pacific Americans had not come close to repositioning the cultural center of the country; the East Coast was still…the American cultural headquarters››

Nel narrare l’ascesa di questa potenza, Cumings ne analizza tutte le determinanti che vi hanno concorso. La preminenza statunitense nel proscenio mondiale è difatti poliedrica e totalizzante, in quanto si riflette non solo sul piano militare, ma anche ideologico, politico-diplomatico, economico-finanziario, tecnologico-scientifico. Il dominio navale e aerospaziale procede di pari passo con il tentativo di universalizzare, con la retorica e con la spada, valori e principi squisitamente americani, riportando in auge, con il neo-conservatorismo bushiano, quell’unilateralismo spregiudicato che aveva caratterizzato l’iniziale espansione statunitense. Non solo. ‹‹The mark of a living civilization is that it is capable of exporting itself, of spreading its culture to distant places, and America still held a very long lead over any competitor in doing just that››. L’esportazione di prodotti,  come automobili e nuove tecnologie, di modelli socio-culturali, come i consumi di massa, di sogni, come i film dell’industria Hollywoodiana, hanno mostrato una peculiarità qualitativa degli Stati Uniti che finisce per rappresentare una delle sue più grandi forze: il ‹‹Market Empire››, definito come ‹‹the rise of a great imperium with the outlook of a great emporium››.

Di conseguenza, un’accurata indagine non può prescindere dall’adozione di un metodo d’analisi che, spaziando vicendevolmente dal versante interno a quello internazionale, considera fondamentale, all’espansione continentale ed imperiale, fattori domestici come: l’esplosione industriale del Midwest e in seguito della California, il destino manifesto e la missione civilizzatrice, l’immigrazione straniera, orientale e sudamericana (manodopera economicamente e professionalmente senza eguali), la corsa all’oro e la trivellazione del petrolio, la costruzione delle dighe e il decollo dell’energia idroelettrica, la rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni, la brezza repubblicana californiana, il successo della Silicon Valley. Ogni elemento viene prolificamente descritto dall’autore che, nello strutturare l’opera, mette in risalto, capitolo dopo capitolo, le varie tappe dello sviluppo statunitense, sottolineando l’apporto, economico, politico, sociale e ideologico, che le singole parti, quindi i singoli stati, hanno reso nel determinarlo.

Congiungendo il livello macro e quello micro, lo storico scandaglia in profondità gli abissi nordamericani, mettendo a nudo i pregiudizi di una nazione a contatto con popoli e culture diverse, mentre intraprende il difficile cammino dell’accettazione della multiculturalità. Con un linguaggio stilisticamente forbito ed elegante, disvela le intime contraddizioni di “un impero per la libertà”, alla continua ricerca espansionistica di mostri da combattere e popoli da liberare e assoggettare. Una potenza in continuo divenire, il cui reiterato superamento della frontiera ri-genera e rinvigorisce, e il cui successo, attraverso massicce dosi di hard e soft power, si riverbera nel mondo, al punto da divenire un modello che si ambisce imitare.

Infine, riportando aneddoti storici e biografie di uomini simbolo del paese, come Steve Jobs e Levi Strauss, l’autore arricchisce, senza mai idealizzare, l’affresco dell’ascesa trionfale di una nazione della quale ormai, in tanti, preannunciano il lento ed inesorabile tramonto.


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