La Controrivoluzione reaganiana in Nicaragua

Introduzione

In quell’America di fine anni settanta, permeata da un “malaise” diffuso, martoriata dalla stagflazione e umiliata internazionalmente, le promesse reaganiane di una palingenesi politica ed economica attecchirono profondamente, segnando l’inizio della sua amministrazione. Con una retorica roboante e vigorosa, la Presidenza chiarì immediatamente quali fossero gli obiettivi prioritari della sua agenda politica. Nell’ambito di una competizione bipolare interrotta da pallidi ed incerti tentativi di distensione, si riteneva necessario restaurare il primato militare ed economico degli Stati Uniti nel proscenio mondiale, irrobustire la sua ormai fragile credibilità internazionale e rinverdire la sua vitalità, recuperando i valori e i principi di una passato che era andato perduto ma che non poteva e non doveva essere dimenticato. Ripudiando le utopie modernizzatrici dell’era kennediana e criticando l’atteggiamento dialogico e vacillante della presidenza carteriana, fin da subito la politica estera di Reagan fu segnata dall’impossibilità di accettare lo status quo internazionale. Coacervo di potenza e moralità, radicale anticomunismo e ostentato patriottismo, essa si esplicò nel logorante tentativo di contrastare i movimenti rivoluzionari marxisti operanti nei teatri di guerra periferici del terzo mondo. Un’esigenza che si avvertiva ineludibile, tanto più negli stati centro-americani, considerati tradizionalmente il cortile di casa degli Stati Uniti.

Tuttavia, tradurre in azione le strategie concertate e perseguire gli obiettivi programmati si rivelò molto arduo. La recessione incalzante soffocava ogni iniziativa e la sindrome post-Vietnam svigoriva ogni entusiasmo. Il timore della minaccia sovietica aleggiava insistente, ma soccombeva di fronte alla ostinata volontà popolare di evitare altre vittime fra i soldati americani. Di conseguenza, bisognava contrastare il regime comunista sandinista in Nicaragua senza un impopolare dispiegamento di truppe statunitensi. Il compromesso, che consentì all’amministrazione di superare questo difficile impasse, fu l’adozione di una politica di “covert operations”.

1.     Una guerra totale

Invece di leggere le dinamiche centro-americane alla luce della profonda divaricazione fra centro e periferia,  lo staff presidenziale tendeva ad interpretarle attraverso il prisma della competizione bipolare. La sconfitta di Washington nella regione era incontemplabile, in quanto avrebbe lasciato adito a serie perplessità sulle reali capacità di confronto con il nemico sovietico e, in ultima istanza, avrebbe inevitabilmente compromesso il suo primato sull’emisfero occidentale. Rivolgendosi, con toni apocalittici, ad un pubblico americano preoccupato ma, al contempo, esasperato, la presidenza cercò di giustificare il suo interventismo. Nicaragua e El Salvador erano solo l’inizio. Ben presto, forze di estrema sinistra avrebbero espugnato i baluardi “democratici” di Panama e Honduras, Guatemala e Messico. “We are the last domino”, avvertì drammaticamente Reagan. Da qui, la necessità di sostenere le fortezze antirivoluzionarie, per quanto autoritarie e sanguinarie potessero essere nella loro singolare declinazione del concetto di democrazia.

Reagan desiderava osteggiare l’avanzata del comunismo, ma nel modo meno controverso e violento possibile. Sostenendo segretamente guerriglieri antisandinisti, denominati Contras, l’élite repubblicana avrebbe combattuto il regime marxista-leninista di Managua, insediatosi in seguito alla caduta del governo di Somoza, riducendo al minimo i costi in termini di vite umane e di consenso politico. In quest’ottica, una virtù particolare di tale approccio risiedeva nel fatto che “it required no public explanation, no public defense, and no public vote in Congress”. Così, nel febbraio del 1981, fu adottata una nuova dottrina strategica, conosciuta come “Low Intensity-Conflict” (LIC), che si traduceva in una “synergistic application of comprehensive political, social, economic and psychological efforts”. La LIC puntava ad ingaggiare una guerra totale, a partire dal basso, che evitasse tutte le reazioni di disappunto e ostilità che un conflitto convenzionale avrebbe potuto generare, sul versante interno come su quello internazionale.

Operazioni economiche e paramilitari

Il punto focale di questa strategia di “low-intensity-warfare” era rappresentata da un insieme di azioni paramilitari, condotte da insorti anti-sandinisti, addestrati, equipaggiati e foraggiati da Washington. Con il beneplacito del Presidente, il 27 novembre del 1981 fu approvata la NSDD 17 che, di fatto, dava inizio al CIA/contra covert war program. Diverse erano le modalità d’azione in cui si sarebbe dovuto manifestare l’intervento statunitense.

Dal sostegno finanziario all’attività di propaganda, fino all’assistenza logistica e paramilitare, necessaria per addestrare le forze controrivoluzionarie. Sebbene l’emendamento Boland, approvato alla Camera nel dicembre del 1982, proibisse l’utilizzo di fondi federali per esautorare il governo sandinista, l’operazione andò avanti e, nel luglio dell’anno successivo, il Congresso stanziò 24 milioni di dollari per finanziare la lotta dei Contras, con il divieto categorico di concedere ulteriori aiuti. La CIA svolse un ruolo da protagonista nel gestire e coordinare le azioni di guerriglia, addestrando gli insorti, fornendo apporto logistico ed economico, acquistando materiale bellico, redigendo le liste degli obiettivi da perseguire. La neutralizzazione di leader politici sandinisti, le azioni di sabotaggio, la distruzione di cooperative agricole furono orchestrate e guidate dalla mano invisibile dei servizi di intelligence americani.

Sul fronte economico, il governo di Washington interruppe le relazioni bilaterali, commerciali e finanziarie, intessute con il regime nicaraguense durante la reggenza dittatoriale di Somoza. Allo stesso tempo, bloccò eventuali prestiti e finanziamenti concessi da istituti di credito internazionale, come la Banca Mondiale e la Banca per lo Sviluppo Inter-Americano. Infine, esercitò pressione sui suoi alleati europei e latinoamericani, costringendoli a stroncare qualsiasi rapporto economico stabilito con i Sandinisti.

Propaganda e public diplomacy

La Casa Bianca si prodigò attivamente nell’uniformare la percezione dell’opinione pubblica, armonizzandola agli interessi governativi, nel tentativo di maturare dal Congresso il consenso economico necessario a finanziare la sua politica centro-americana. Nel 1983 venne istituito “the Office of Public Diplomacy for Latin America and the Carribean” (S/LPD) che, al fine di plasmare la sensibilità dell’elettorato sulla guerriglia anti-sandinista, assunse scrittori e giornalisti esterni all’apparato statale, incaricati di redigere editoriali a sostegno della posizione della Presidenza. In particolare, l’S/LPD promosse la pubblicazione di articoli che avrebbero dovuto rappresentare la prospettiva di persone non associate all’amministrazione ma che, in realtà, erano stati commissionati ad hoc dall’apparato governativo e pagati, parzialmente o completamente, con fondi federali. La Public Diplomacy si manifestava anche in una costante attività di lobbying, con l’intento di ottenere quel sostegno congressuale bipartisan condizionante una maggiore assistenza in termini economici e militari. Esemplificativo a riguardo è il gruppo “Citizens for America”, un’organizzazione a base popolare profondamente radicata sul territorio, impegnata in attività di pressione e raccolta di fondi a sostegno della causa dei Contras.

L’amministrazione Reagan cercò così di erigere un’impalcatura politica e mitopoietica in grado non solo di sostenere economicamente lo sforzo bellico anti-sandinista ma di catalizzare attorno a questa impresa il consenso delle masse. Inizialmente, i Contras furono descritti come forze di interdizione, volte ad impedire che carichi di armi cubane e sandiniste, passando attraverso il Nicaragua, raggiungessero i ribelli comunisti salvadoregni. Successivamente, furono dipinti come combattenti nazionalisti per la libertà, come “l’equivalente morale dei padri fondatori americani”.

La campagna propagandistica a favore dei Contras travalicò i confini nazionali statunitensi, originandosi anche nei paesi centro-americani alleati di Washington. In Honduras e Costarica questa fu condotta da giornalisti al soldo della CIA . In tale ambito, cronisti televisivi e radiofonici svolsero un ruolo di primo piano, in quanto le emittenti straniere di Tegucigalpa e San José trasmettevano in maniera nitida anche all’interno dei confini nazionali nicaraguensi, orientando l’opinione di quella parte della popolazione analfabeta che non aveva accesso alla carta stampata. Anche giornali nicaraguensi furono oggetto delle ambiziose operazioni segrete americane. Non solo la CIA ma diverse organizzazioni private statunitensi, come AmeriCares, PRODEMCA e Delphi Reasearch Associates, foraggiarono e influenzarono il quotidiano La Prensa, al fine di destabilizzare la leadership sandinista.

1.     Finanziare la controrivoluzione

La mancanza di fondi, conseguenza dell’approvazione degli emendamenti Boland al Congresso, spinse il National Security Council ad individuare canali di approvvigionamento alternativi. La ricerca di queste nuove fonti finanziarie condusse a due grandi scandali che segnarono profondamente l’amministrazione reaganiana.

Contras e narcotraffico

Durante gli anni settanta, le forze marxiste sandiniste avevano intessuto profittevoli legami con alcuni gruppi di narcotrafficanti, allo scopo di trarne le risorse necessarie a sostenere la guerriglia rivoluzionaria  e rovesciare la dittatura di Somoza. A quel tempo, il FSLD (Frente sandinista de liberación nacional) era supportato, attraverso aiuti economici e forniture di materiale bellico, da diversi governi della regione. In particolare, la fascia di terra transfrontaliera, che delimita il confine fra Nicaragua e Costarica, ospitava piste di atterraggio, non sottoposte a controlli, che furono subito utilizzate dai contrabbandieri per rifornire i languenti arsenali sandinisti. Diversi furono gli aerei panamensi che, con il beneplacito di Noriega e diretti verso Managua, trasportavano armi cubane. Castro definì “matrimonio naturale” la relazione che intercorreva fra narcotrafficanti e rivoluzionari. I primi disponevano delle risorse monetarie di cui i ribelli avevano bisogno per porre in essere le azioni programmate, mentre i secondi esercitavano il controllo sul territorio e le persone di cui i trafficanti necessitavano per mietere il raccolto e gestire il processo di lavorazione e raffinazione della droga.

In seguito alla detronizzazione di Somoza e all’instaurazione del regime sandinista, quegli stessi mezzi e infrastrutture furono impiegate dai Contras. Aerei panamensi, carichi di mitra e pregiata cocaina colombiana, utilizzarono quelle stesse piste di atterraggio, nuovamente libere da controlli, in quanto le operazioni di sostegno alla guerriglia controrivoluzionaria dovevano rimanere segrete. Dopo aver scaricato le armi ed essersi riforniti di carburante, i velivoli, carichi di droga, ripartivano alla volta degli Stati Uniti, alimentando il mercato degli stupefacenti.

La relazione fra Contras e trafficanti aveva un carattere più programmatico che ideologico. Se per i primi era una questione di sopravvivenza, per i secondi era semplice business, giustificato, in ultima analisi, dalla necessità di velare, sotto una parvenza di legittimità, le proprie azioni criminali. Difatti, i contrabbandieri e i narcotrafficanti che fornivano, su base volontaria, assistenza economica e militare ai guerriglieri antisandinisti venivano remunerati attraverso i fondi del Dipartimento di Stato americano, destinati, dal Congresso, agli aiuti in favore dei Contras. In più, come nel caso di Manuel Noriega, potevano anche contare sulla condonazione delle pendenze giudiziarie.

 Iran-Contras Affair

L’emissione del secondo emendamento Boland, nel 1984, ridusse drasticamente la tesoreria antisandinista. Così, con il consenso di Reagan, McFarlane, consigliere per la sicurezza nazionale, volò in Virginia, in vista di un incontro con l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, Prince Bandar. Riyadh era infatti disposta a contribuire alla causa dei Contras, con un milione di dollari al mese. In seguito, il National Security Council sfoggiò la sua “ammirevole” arte diplomatica, mobilitando i governi dei paesi amici ed esortandoli ad elargire cospicue donazioni in favore delle forze contro-rivoluzionarie nicaraguensi. Fu così che anche Israele, Taiwan e Sud Africa depositarono alcuni fondi presso i propri conti bancari svizzeri. In più, flussi di denaro e di armi raggiunsero le forze antisandiniste anche attraverso la “Enterprise”, costituita dal tenente colonnello americano Oliver North e consistente in una flotta privata di barche e aerei guidati da mercenari, narcotrafficanti ed esuli cubani. Spesso i piloti trasportavano, insieme alle forniture per i Contras, i loro carichi di droga, che sarebbero poi stati smerciati negli Stati Uniti.

Ben presto, la Presidenza fu scossa da una serie di azioni terroristiche in Medio Oriente, che ebbero l’effetto di minacciare la popolarità riscossa nell’esercizio del suo mandato. In quest’occasione, l’abilità politica di alcuni componenti dello staff reaganiano si disvelò in tutta la sua discutibile e atarassica razionalità.

Nel marzo del 1984, dopo il ritiro delle truppe statunitensi dal suolo libanese, il capo della Cia di stanza a Beirut, William Buckley,  e altri cittadini americani furono catturati da fondamentalisti islamici, legati all’organizzazione sciita filo-iraniana Hezbollah. In seguito ad un rendez-vous con il direttore generale del ministero degli Esteri israeliano, David Kimche, che sosteneva di aver stretto profondi legami con esponenti politici “moderati” iraniani, McFarlane fu spronato ad entrare in contatto con essi, attraverso un trafficante di armi, Manucher Ghorbanifar, al fine di liberare gli ostaggi. Tel Aviv auspicava, con la morte dell’ayatollah Khomeini, la costituzione di un regime moderato a Teheran. Quest’ultimo, però, aveva bisogno di costruire la sua credibilità e il suo consenso politico. Gli israeliani erano disposti a venire in aiuto con forniture di materiale bellico, necessarie a condurre la guerra contro l’Iraq, a patto che poi Washington li rifornisse degli armamenti ceduti.

La prospettiva di aprire un dialogo con esponenti politici moderati iraniani si presentava allettante, in quanto avrebbe modificato l’equilibrio strategico bipolare in Medio Oriente in favore di Washington. Tuttavia, la liberazione degli ostaggi costituiva il problema principale che tormentava Reagan e che spinse la Casa Bianca, in violazione della normativa vigente, ad approvare, nell’agosto del 1985, la spedizione di un carico di missili TOW israeliani a favore della Repubblica Islamica. I rifornimenti bellici proseguirono fino al 1986. Ma per un ostaggio che veniva liberato, un altro veniva ammazzato e altri tre venivano rapiti. L’operazione si stava rivelando un fallimento. Tuttavia, l’NSC riuscì a sfruttare la crisi, traendone le risorse necessarie ad alimentare la guerriglia antisandinista. Difatti, imponendo un prezzo elevato sulle armi vendute alla Repubblica Islamica, si poteva poi stornare parte  dell’utile remunerato in favore dei Contras, sostanziando quella che era la “neat idea” di Oliver North.

In seguito, nell’ottobre del 1986, un velivolo cargo della CIA fu abbattuto dalle forze sandiniste sui cieli del Nicaragua. L’aereo trasportava forniture militari pagate da North attraverso il denaro guadagnato dalla vendita di armi a Teheran. Il conducente, Eugene Hasenfus, una volta catturato, descrisse i dettagli di quella che definì un’operazione della CIA. Quando il meccanismo divenne noto, furono condotte diverse indagini da parte del Tower Board e da selezionate commissioni di Camera e Senato, al fine di valutare il ruolo che Reagan rivestì nell’intera vicenda. Nessuna prova incontrovertibile fu trovata a suo carico[1].

Conclusioni

La presidenza reaganiana fu caratterizzata dal continuo tentativo di riscoprire e rinsaldare quei principi e valori eccezionalistici che avevano contribuito all’ascesa degli Stati Uniti al rango di grande potenza mondiale. Il limitazionismo disincantato, che aveva guidato la politica estera nixoniana, e l’accondiscendente compromesso, che aveva forgiato quella carteriana, erano stati fagocitati e rigurgitati, in quanto espressione di una graduale e inaccettabile ritirata geopolitica dal proscenio internazionale. Dalle ceneri della vergogna e dell’umiliazione, la nazione americana doveva rinascere, plasmata da quegli imperativi di potenza e moralità che il suo destino manifesto le aveva imposto. Rigettare la distensione, squallida esternazione di debolezza, e affrontare l’impero del male, era un impegno a cui non ci si poteva sottrarre. Questa missione, in cui si esplicitò la Dottrina Reagan, trovò, nel terzo mondo, il suo immediato campo di applicazione.

Dimentico delle istanza terzomondiste e della frattura centro-periferia, la presidenza interpretò le vicende centro-americane con la lente d’ingrandimento dell’equilibrio bipolare. Come sottolineato da McFarlane: “If we could not muster an effective counter to Cuban-Sandinista strategy in our own backyard, it was far less likely that we could do so in the years ahead in more distant locations. We had to win this one”.

Nonostante la minaccia dell’olocausto nucleare avesse originato la matura consapevolezza di stabilire “a constructive and realistic working relationship with the Soviet Union”, le frequenti invocazioni alla teoria del Domino lasciavano trasparire i timori geopolitici reaganiani[2]:  “Using Nicaragua as a base, the Soviets and Cubans can become the dominant power in the crucial corridor between North and South America”. Ed è così che il binomio antinomico fra regimi nazionalisti autocratici e governi comunisti rivoluzionari[3], espresso dalla Kirkpatrick, diveniva funzionale alla sconfitta del nemico sovietico e all’affermazione della primazia statunitense[4]. A tal fine, il concetto di libertà fu declinato come strumento e come obiettivo. Sosteneva l’interventismo asservito di Washington e, al contempo, giustificava le modalità in cui esso si sarebbe poi esplicato, sfumando la netta linea di demarcazione fra giusto e utile.

Era giustificato eludere e reinterpretare gli emendamenti Boland[5], perché era necessario liberare gli ostaggi americani. Era giustificato trattare con i narcotrafficanti e sostenere regimi autoritari in Guatemala, El Salvador, Honduras, perché era necessario circoscrivere e combattere il contagio comunista. E dal momento che i cittadini statunitensi non avevano sufficientemente interiorizzato la gravità della minaccia rivoluzionaria in America centrale[6], era giustificato tenerli all’oscuro di tutto, ricorrendo ad azioni segrete per affrontare un nemico il cui sistema valoriale, troppo diverso e inconciliabile, esprimeva l’indisponibilità a qualsiasi compromesso[7].

In definitiva, lo strumento delle Covert Operations alterò, a vantaggio della presidenza, l’equilibrio di potenza esistente fra le istituzioni statunitensi. Le permise di superare vincoli e condizionamenti, di agire senza limiti. L’esito è stato un unilateralismo decisionale e operativo spregiudicato, nascosto, in grado di aggirare la problematica mancanza di consenso, popolare e congressuale, nel conseguimento del bene della nazione. Un bene unilateralmente concepito.

Marco Luigi Cimminella


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1. Durante le investigazioni volte a chiarire la posizione di Reagan nell’intera vicenda, il presidente espresse affermazioni contraddittorie e offrì spiegazioni dai contorni sfumati, a causa di alcuni lapsus di memoria. Oliver North riuscì a distruggere molti documenti, probabilmente compromettenti, prima che potessero essere raccolti dagli inquirenti.
2. Come Reagan ribadirà nel suo discorso di commiato, bisognava lavorare insieme al governo sovietico, al fine di stemperare le tensioni e la sfiducia reciproca. Tuttavia, “we must keep up our guard”.
3. Mentre i primi, se magistralmente guidati, avrebbero potuto adottare il modello politico democratico, i secondi sarebbero rimasti irriducibilmente ostili ad esso. Questa teoria sembrò offrire una giustificazione morale ad una collaborazione tanto artificiale quanto controversa.
4. Reagan inizialmente non volle accettare il piano di pacificazione proposto, nel 1987, dal presidente del Costarica Oscar Aries Sanchez, in quanto Mosca avrebbe potuto continuare ad assistere il regime sandinista. Tuttavia, il “Contadora plan” fu implementato l’anno successivo.
5. Nonostante il secondo emendamento Boland specificatamente vietasse il compimento di operazioni militari e paramilitari in Nicaragua, Reagan si convinse presto che la legge non riguardasse i membri del suo staff. Come ribadì a MacFarlane: “ I want you to do whatever you have to do to help [the Contras] keep body and soul together”.
6. Spesso Reagan si era lamentato della sua incapacità nel comunicare ai cittadini statunitensi e al Congresso del pericolo rappresentato dai movimenti marxisti centro-americani.
7. “…while the man on the street in the Soviet Union yearns for peace, the government is Communist. And those who run it are Communists, and that means we and they view such issues as freedom and human rights very differently”(Ronald Reagan, 11 gennaio 1989).

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