La cultura politica italiana

La verità vera è che in quei remoti scandali finanziari, come negli altri che sarebbero seguiti, la classe politica non sarebbe mai stata in grado di giuocare a carte scoperte. Ogni casa partitica aveva nei suoi ripostigli, se non innumerevoli scheletri, certo innumerevoli code di paglia. Taciuta ma incombente era la convinzione dei partiti di governo, a cominciare dal partito che più d’ogni altro meritava questa qualifica, la Dc, che malversare o incassare tangenti per il partito non fosse un reato, ma una buona azione. Posto così il problema, la discriminante non era più tra gestione onesta e gestione disonesta del denaro pubblico, ma tra gestione disonesta a fini di partito e gestione disonesta a fini privati. Il grande equivoco spiegava gli indecenti applausi a chi, pur graziato da un marchingegno tecnico, era stato bollato dalla maggioranza del Parlamento; così come avrebbe spiegato altre appassionate difese. Non solo di democristiani a sostegno di democristiani, sia chiaro. Allo stesso modo i comunisti, avevano tranquillamente incassato quattrini provenienti da Mosca, e lucravano percentuali sull’export-import con i Paesi dell’Est. Che poi nell’arraffa arraffa pubblico potessero trovar posto anche colpi di mano lesta privati era immaginabile, e inevitabile. Impinguato e ammorbato dal metano, inquinato dal tabacco, o dalle banane, o dagli aerei, il Palazzo non era e non fu mai di vetro, né allora né dopo.

Indro Montanelli, Mario Cervi, L’Italia del Novecento,Bur saggi Milano 2008, pagg. 440-441


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