L’ipocrisia geo-strategica di Teheran

Nell’affrontare le rivolte scoppiate nel mondo arabo, il regime di Teheran ha adottato un atteggiamento chiaramente contradditorio. Sul versante interno, ha immediatamente represso le manifestazioni di piazza, incoraggiate dai disordini tunisini ed egiziani. Sul piano estero, ha invece caldeggiato le proteste contro i regimi oppressivi sunniti medio orientali. Cavalcando la tensione contingente ma da sempre latente nella regione, memore dei tentativi di esportare la rivoluzione iraniana nel corso degli anni ottanta, la dirigenza iraniana potrebbe strumentalizzare gli scontri ed appoggiare le comunità sciite presenti nelle monarchie del Golfo per assestare un duro colpo ai suoi due eterni nemici: il regime saudita sunnita e gli Stati Uniti. In quest’ottica, gli eventi in Bahrain potrebbero rappresentare il primo tassello di una nuova espansione sciita nell’intera area.

di Marco Luigi Cimminella

Le rivolte esplose nel Maghreb si sono da tempo propagate nell’intero mondo arabo. L’esautorazione di Ben Ali e la caduta dell’ultimo faraone hanno innescato un processo a catena, gravido di effetti destabilizzanti per i regimi conservatori ed oppressivi della regione. E non solo. Il vento inarrestabile della protesta, spirando dalle coste del Mediterraneo, è giunto a sferzare le vette dell’altopiano iraniano.

La repressione interna

Nell’affrontare gli eventi di queste ultime settimane, è proprio il contrasto stridente fra la politica interna ed estera iraniana che rivela un’ipocrisia di fondo sempre più difficile da celare. Se, inizialmente, l’élite al potere aveva espresso il suo sostegno ai sollevamenti popolari al Cairo, ora guarda con timore alle sue conseguenze sul piano interno. Migliaia di persone infatti si sono riversate nelle strade di Teheran nei giorni scorsi, per esprimere solidarietà nei confronti dei manifestanti egiziani e tunisini, ma soprattutto per esternare il proprio dissenso nei confronti della presidenza conservatrice di Mahmud Ahmadinejad, la cui rielezione era stata fortemente contestata per presunti brogli nel 2009. Anche questa volta, gli scontri non sono mancati. Gli agenti di sicurezza hanno utilizzato lacrimogeni nelle strade vicino Azadi Square, provocando diversi feriti. I leader dell’opposizione, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karrubi sono stati costretti agli arresti domiciliari. Fra i manifestanti, è stato possibile scorgere due diverse componenti. I radicali, che puntano al rovesciamento del regime di Khamenei, andando al di là delle pretese moderate dei riformisti che, diversamente, attraverso un processo graduale di riforme, mirano ad un cambiamento in seno al Velayat el-faqih, la teocrazia iraniana. Nonostante le differenze ideologiche e programmatiche, con eguale vigore le forze dell’opposizione sono state colpite dalla scure religiosa dell’ayatollah.

La Rivoluzione iraniana del 1979

Le rivolte egiziane e tunisine hanno avuto l’effetto di alimentare ulteriormente le istanze di cambiamento del popolo iraniano, soffocato da quella stessa teocrazia che, in parte e involontariamente, aveva contributo a creare con la rivoluzione del 1979. Difatti, in quell’occasione, facendo riferimento alla retorica dello sciismo socialista proprio di Ali Shariati e inneggiando alla rivoluzione dei diseredati, l’ayatollah Khomeini, con invidiabile astuzia, era riuscito ad unire, nel movimento di opposizione allo scià, le diverse compenti politiche della società, trascendendo le differenze di classe ed utilizzando come unico riferimento comune il pensiero islamista. L’obiettivo della guida suprema era quello di costituire il Velayat-e faqih, dove il potere ultimo sarebbe spettato ad un alto esponente del clero, esperto nella sharia, la legge islamica. Ma fin dall’inizio, l’ayatollah si guardò bene dal rivelare le sue reali intenzioni alle diverse anime della rivoluzione iraniana, dalle forze liberaldemocratiche a quelle di sinistra laiche, in quanto queste avrebbero immediatamente espresso la loro più rigida opposizione. Defenestrato lo scià e una volta al potere, Khomeini si sarebbe poi liberato di tutti i partiti e i movimenti che si ostinavano ad osteggiare la sua teologia politica.

La rivoluzione iraniana non rimase chiusa all’interno dei confini nazionali, ma attecchì all’estero. In particolare, ispirò la formazione del movimento della jihad islamica, una formazione militante che punta alla liberazione della Palestina, e sostenne la creazione di Hezbollah in Libano, strumento politico nelle mani iraniane e agente di radicalizzazione delle comunità sciite del paese. L’esportazione della rivoluzione nel corso degli anni ottanta deve essere interpretata alla luce della contesa fra élite sunnite e sciite per il controllo della leadership del mondo musulmano. In diverse occasioni l’ayatollah Khomeini aveva criticato l’Arabia Saudita, definendolo un paese non genuinamente islamico e quindi non adatto a guidare la comunità mondiale dei fedeli. D’altro canto, le autorità sunnite di Riyadh avevano sempre considerato lo sciismo come una versione distorta, innaturale dell’islam, accusando di idolatria blasfema la venerazione sciita degli Imam.

Le ambizioni di Teheran

Questa contesa è ancora vivida e traspare dalla profonda contraddittorietà che caratterizza l’agenda politica iraniana. Se all’interno dei confini del paese la repressione governativa ha soffocato nel sangue le rivendicazioni riformiste del popolo, all’estero, l’ayatollah Khamenei ha espresso il suo sostegno nei confronti delle manifestazioni di protesta contro i regimi oppressivi medio orientali. In particolare, i disordini in Bahrain, riflesso del malcontento della maggioranza sciita impoverita contro la minoranza sunnita arricchita formatasi attorno alla corte degli al-Khalifa, potrebbero essere strumentalizzati da Teheran nella sua lotta contro il mondo sunnita e il Satana occidentale. Questa chiave di lettura è giustificata dal sostegno offerto dalla Repubblica Islamica a favore delle rivolte contro la monarchia di Manama. Da tempo Teheran definisce iraniani gli sciiti presente in Bahrain, in quanto discendenti del popolo dell’impero safavide, che occupava entrambe le coste del golfo. Gli scontri hanno ovviamente allarmato le autorità politiche di Riyadh: vi è infatti il pericolo che la tensione incoraggi le comunità sciite, residenti nella regione petrolifera orientale dell’Arabia Saudita, a fare altrettanto.

Intanto, con trepidazione, Washington assiste ai disordini scoppiati nel paese, preoccupata della sua base aerea e logistica e della V flotta della Marina, ancorata al largo delle coste nel Golfo Persico. Da qui infatti, gli Usa controllano il 40 per cento del petrolio mondiale che, passando attraverso lo stretto di Hormuz, rifornisce gli avidi mercati occidentali. In più, paventano alcuni analisti, se le forze sciite dovessero rovesciare la monarchia degli al-Khalifa, presto analoghe insurrezioni potrebbero scoppiare nel Kuwait, negli Emirati Arabi Uniti, nell’Arabia Saudita, distruggendo il cordone sanitario che era stato costruito negli anni ottanta per contenere l‘esportazione della rivoluzione iraniana. Con significative conseguenze geopolitiche. Da un lato, senza le sue basi militari nel Golfo Persico, diverrebbe arduo per gli Stati Uniti contrastare le aspirazioni revisioniste di Ahmadinejad in Medio Oriente. Dall’altro, le monarchie del Golfo, indebolite e profondamente destabilizzare, difficilmente riuscirebbero ad osteggiare le ambizioni di leadership del mondo musulmano che si celano sotto il turbante dell’ayatollah.

Nel perseguimento di tali obiettivi, Teheran potrebbe contare sull’appoggio delle comunità sciite di Beirut e Baghdad. In Libano, Hezbollah, foraggiato e sostenuto dalla leadership iraniana, è profondamente radicato nel paese. Divenuto partito politico, senza abbandonare la sua peculiarità militare, l’organizzazione è riuscita a ritagliarsi un largo seguito nella società, soprattutto grazie alla sua integrità politica, agli obiettivi programmatici, alla retorica anti-israeliana ed alla fornitura di servizi e assistenza sociale, generosamente finanziati dalla Repubblica Islamica. In Iraq, il sostegno bellico ai miliziani sciiti, gradualmente accompagnato dal supporto economico ai diversi partiti politici filo-iraniani, ha permesso a Teheran di stabilizzare la propria influenza nel paese. Certo gli antagonismi in seno alle forze sciite irachene hanno impedito la costituzione di un blocco compatto e maggioritario, ma non hanno spento l’ambizione della teocrazia iraniana di realizzare un asse Teheran-Baghdad, dagli indubbi benefici geopolitici. In particolare, un alleanza fra potenze sciite potrebbe osteggiare la strategia di accerchiamento promossa dagli Stati Uniti, indebolendo anche la supremazia saudita sunnita nell’intera area.

Sfruttando questi diversi fattori, la Repubblica Islamica potrebbe così guadagnare posizioni nello scacchiere geopolitico mediorientale, assestando un duro colpo ai suoi nemici, arabi e occidentali, e mutando di fatto gli equilibri regionali.


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