Tunisia, Ben Ali alla resa dei conti

La corruzione e la disoccupazione dilaniano da tempo la regione. Le proteste di questi giorni sono il sintomo di un’esasperazione divenuta ormai insopportabile

di Marco Luigi Cimminella

Da dieci giorni ormai la Tunisia è attraversata da intensi moti di protesta, principalmente dovuti ad un alto tasso di disoccupazione e alle ripercussioni negative della crisi economica internazionale. A scatenare involontariamente la rivolta è stato il 26enne Mohamed Bouazizi, della città di Sidi Bouzid. Dandosi fuoco, il ragazzo ha voluto manifestare il suo disperato dissenso nei confronti delle forze di polizia che avevano deciso di confiscare il suo banco ortofrutticolo in quanto privo di regolare licenza. Con in tasca una laurea ma senza lavoro, Bouazizi, tentando il suicidio, aveva espresso l’insostenibile condizione che da tempo vessa la popolazione tunisina. Ancora, mercoledì scorso, sulla scia di Bouazizi, un altro ragazzo senza lavoro, 24enne, salendo in cima ad un traliccio, ha toccato volontariamente degli elettrodi, prendendo la scossa.

I duri scontri con la polizia, che si susseguono in quest’ultime settimane, hanno ulteriormente esacerbato l’accesa ostilità della popolazione nei confronti del governo, dimostratosi inetto nel curare una piaga che affligge ormai la regione da diversi anni. Infatti, nonostante il miglioramento del grado di istruzione dei giovani tunisini, le èlite al potere non sono riuscite ad adottare politiche soddisfacenti, tese a creare nuovi sbocchi occupazionali in grado di assorbire la forza lavoro locale, quantitativamente elevata e qualitativamente meglio istruita. Molti giovani decidono di espatriare, alla ricerca di migliori opportunità in terra straniera. Pochi ci riescono e la maggior parte, attingendo alle tasche dei propri familiari, avviano attività scarsamente lucrose e miranti alla sopravvivenza.

In generale, la disoccupazione è una problematica che caratterizza molti paesi arabi. Pensiamo a Marocco, Algeria, Libia, Oman, Giordania, Qatar, Yemen. Vi è però una differenza sostanziale. Poichè il sottosuolo tunisino non è molto ricco di risorse energetiche, il governo non può comportarsi alla stregua dei suoi ricchi vicini, inondando la popolazione di denaro, proveniente dalla rendita petrolifera, e sovvenzionando l’acquisto di generi alimentari e di carburante. La consapevolezza di questa realtà ha spinto il governo a puntare sull‘esportazione di prodotti agricoli e tessili e sull’indutria del turismo. Ma questi settori non soddisfano le aspettative lavorative di una popolazione giovanile istruita a livello universitario in continua crescita. Difatti, dall’inizio del nuovo secolo, si è registrato nel paese un significativo aumento del livello di istruzione di circa il 35 per cento. In più, nonostante le riforme strutturali miranti ad indebolire l’ingerenza del governo centrale nelle attività economiche ed incentivare la liberalizzazione, le alte barriere tariffarie e le restrizioni alle importazioni hanno limitato sostanzialmente il libero commercio, mentre l’influenza politica nel settore finanziario, la corruzione allarmante e l’adozione di politiche protezionistiche hanno ridotto considerevolmente le iniezioni di capitale dall’estero. Infine, la dipendenza tunisina da un unico mercato, quello europeo, fortemente colpito dalla crisi internazionale, non ha certo avuto un esito positivo sulla fragile economia nazionale, nostalgica della prosperità e degli antichi splendori cartaginesi.

Nello sviscerare in profondità le ragioni delle proteste di questi ultimi giorni, non si può prescindere dall’analizzare alcuni elementi, squisitamente politici. In particolare, la mancanza di credibilità nei confronti del presidente Ben Ali e del governo centrale, energicamente alimentata dal nepotismo diffuso, dalla corruzione dilagante, dalle limitazioni alla libertà di espressione e dalle malcelate minacce di ritorsione che inibiscono ogni potenziale critica. In questi giorni di rivolta, i discutibili interventi delle forze di sicurezza tunisine hanno ulteriormente inasprito la tensione sociale, dimostrandosi di fatto deleteri. La necessità di porre rimedio all’alienazione della popolazione rispetto alla gestione della res pubblica, ricostruendo di fatto le basi della fiducia nelle istituzioni, è una condizione ineludibile e preliminare al risanamento economico nazionale. Se il governo di Tunisi si ostinerà a non venire incontro alle richieste, a lungo insoddisfatte, dei cittadini, l’instabilità potrebbe rivelarsi politicamente fatale.

29/12/2010

Fonte PeaceReporter

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