L’Ue verso la rimozione dell’embargo militare cinese

Il fronte dei paesi ostili alla sospensione del blocco si sta riducendo. Possibile conseguenza del sostegno cinese ai fragili mercati europei?

di Marco Luigi Cimminella

Da tempo le élite politiche del vecchio continente si domandano sulla possibilità di revocare l’embargo sulla vendita di forniture belliche imposto nei confronti della Cina. Misura ritorsiva adottata dai paesi europei in seguito ai massacri di piazza Tiananmen, secondo alcuni eurocrati, l’embargo si può legittimamente considerare un lascito della guerra fredda, ormai anacronistico e quindi da eliminare. In particolare, questa è l’opinione di Catherine Ashton, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE, che, nel summit del dicembre scorso, in un rapporto indirizzato ai leader dei paesi membri, aveva definito l’embargo come un impedimento che inibisce le relazioni sino-europee.

Negli anni conclusivi della guerra fredda, il divieto di esportare armi e nuove tecnologie militari verso la Cina era congeniale alle aspettative occidentali di indebolire il gigante asiatico, non ritenuto in grado di colmare il gap militare che caratterizzava i suoi rapporti con le grandi potenze statunitense ed europee. In più, l’atteggiamento dittatoriale e repressivo che aveva plasmato la politica interna cinese avrebbe avuto nel lungo tempo l’effetto di irrobustire il suo isolamento diplomatico. In realtà le previsioni occidentali non si sono dimostrate realisticamente valide.

Il cosiddetto Leninismo di mercato, risultato delle riforme politico-economiche adottate da Deng Xiaoping, hanno permesso al Dragone di rompere l’isolamento e di partecipare ai flussi commerciali e finanziari internazionali, alimentando generosamente la sua crescita economica. In più, lo sviluppo industriale e le iniezioni di capitale nel settore bellico hanno reso la Cina militarmente autosufficiente, a tal punto che Pechino è divenuto uno dei più grossi fornitori di paesi latinoamericani, africani ed asiatici.

Da qui le perplessità negli ambienti intellettuali ed ecomici europei. Se effettivamente l’embargo militare è da considerarsi storicamente anacronistico e quindi eliminabile, quali saranno le implicazioni etiche nel lungo tempo di questa decisione? In particolare, alcuni timori sorgono sul possibile utilizzo dell’arsenale acquistato all’estero. Quest’ultimo potrebbe essere impiegato contro le altre potenze oppure per reprimere duramente rivolte interne, spiegano alcuni analisti e politici, favorevoli alla perpetuazione dell’embargo nel tempo. Un’argomentazione che però è smentita dall’evidente autosufficienza militare cinese. Pechino possiede il deterrente necessario, se non per controbilanciare completamente la forza nucleare statunitense o russa, almeno per inibire le loro aspirazioni di grandi potenze. In più, le continue violenze perpretate ai danni della popolazione uigura nella provincia dello Xinjiang non lasciano adito a seri dubbi su come la politica repressiva cinese si esprima efficacemente con l’arsenale già in dotazione alle forze di sicurezza.

Ma la questione è gravida di importanti implicazioni economiche. Se inizialmente i paesi europei si erano espressi favorevolmente all’unisono nei confronti dell’embargo, le loro posizioni in merito non sono più così convergenti. In particolare, il vecchio continente può a ragione considerarsi uno dei più importanti partner commerciali del Celeste Impero. In seguito alla crisi internazionale, Pechino si è dimostrata solerte nell’acquistare i titoli del debito pubblico dei paesi in difficoltà, foraggiando le fragili economie europee e sostenendo l’instabile impalcatura finanziaria dell’eurozona. Probabilmente la dirigenza cinese non condizionerà il suo aiuto all’abrogazione dell’embargo. Non vi sono reali prove a sostenere il contrario. Ciononostante, il fronte dei paesi pro-embargo si sta riducendo. All’inizio del 2010, la Spagna, presidente di turno dell’UE, si era espressa a favore delle istanze cinesi, incorraggiando la sospensione definitiva del blocco, nonostante l’intervento dell‘ambasciata statunitense, mirante ad impedire che la proposta venisse effettivamente presa in considerazione dai paesi membri. Secondo il quotidiano Le Figaro, anche l’Olanda, la Gran Bretagna e, in misura minore, la Germania, hanno ridotto la propria opposizione alla cancellazione dell’embargo. Secondo Zhai Dequan, vice-segretario generale del “China Arms Control and Disarmament Association“, per la Cina, la sospensione del blocco è una questione puramente politica e simbolica, in quanto sarebbe interpretata come manifestazione della buona volontà europea a considerare il gigante asiatico come un “partner genuinamente strategico”, alla stregua delle altre grandi potenze mondiali. Diversamente, per il vecchio continente, vi sono interessi squisitamente economici su cui riflettere. Argomenta Zhai, l’eliminazione del blocco consentirà un sostanziale rilancio della produzione industriale del vecchio continente e quindi delle sue esportazioni, nutrendo la fragile e debilitata economia europea, con conseguenti effetti benefici sulla sua bilancia commerciale internazionale.

La complessità della questione, abrograre o meno l’embargo, è significativamente espressa dalle sue evidenti implicazioni, economiche e morali, nel lungo tempo. A questo bisogna aggiungere la non trascurabile influenza di potenze esterne, in primo luogo Stati Uniti e Giappone, sensibilmente ostili all’abbattimento del blocco. Dal momento che la revoca dell’embargo richiede il consenso unanime dei 27 paesi membri, difficilmente l’immediato avvenire potrà essere testimone dell’eliminazione di uno degli ultimi lasciti ereditari della guerra fredda.

10/01/2011

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