L’asse Pechino-Islamabad

Il viaggio del premier cinese in India lascia supporre un miglioramento nelle relazioni fra i due paesi. Ma il rapporto preferenziale rimane quello con il Pakistan

di Marco Luigi Cimminella

Martedì scorso Islamabad ha testato il razzo a media gittata Ghauri Hatf 5. I festeggiamenti dell’equipe scientifica pakistana sono stata brutalmente interrotti dalla notizia dell’esito positivo del lancio del Prithvi-II, missile indiano a corto raggio in grado di trasportare testate atomiche, avvenuto giovedì mattina alle ore 8 e 15 minuti.

Mentre nelle aule del Congresso americano si dibatteva sulla ratifica del nuovo trattato Start, i razzi delle potenze asiatiche solcavano i cieli internazionali, testimonianza esaustiva che la minaccia della proliferazione nucleare diviene sempre più incalzante. Un timore che diviene più preoccupante alle luce del rafforzamento delle relazioni diplomatiche, economiche e militari di Nuova Delhi e Islamabad con i loro alleati storici, rispettivamente Mosca e Pechino.

Il 17 dicembre, Wen Jiabao è giunto in Pakistan. Durante un incontro con il primo ministro Yousuf Raza Gilani, il premier cinese ha auspicato l’intensificazione dei rapporti economici fra i due paesi, attraverso la stipulazione di accordi commerciali per diversi miliardi di dollari. A questo si aggiunge la promessa di maggiori finanziamenti per le infrastrutture pachistane nonchè per lo sviluppo di una rotta commerciale, strategica per le esportazioni del dragone, che, passando per il Kashmir, raggiungerà il porto di Gwadar, sull’Oceano Indiano. Infine, proseguiranno i rifornimenti bellici di Pechino nonchè la collaborazione per la costruzione di reattori nucleari sul territorio.

Queste misure, volte a irrobustire le relazioni sino-pakistane, sono servite anche per dissipare i timori delle èlite politiche e militari di Islamabad su un possibile riavvicinamento sino-indiano. Infatti, prima di raggiungere il Pakistan, Wen Jiabao era volato a Nuova Delhi. Durante il rendez-vous con il primo ministro Manmohan Singh, i due giganti asiatici hanno convenuto nell’obiettivo di incrementare gli scambi commerciali bilaterali e di incorraggiare la cooperazione nel settore finanziario, tecnologico, ambientale e delle infrastrutture. Ma i sorrisi “diplomatici” dei due leader non riescono a velare quelle profonde incertezze che concernono le questioni di sicurezza, come le dispute sulla sovranità contesa dell’Arunachal Pradesh, territorio al confine dei due paesi, e il continuo sostegno di Nuova Delhi al Dalai Lama. Dal punto di vista economico, inoltre, le esportazioni cinesi in India continuano a superare di gran lunga quelle del proprio partner commerciale, facendo registrare un preoccupante deficit nella bilancia internazionale indiana.

Se inseriamo in questo contesto la visita di Medvedev a Nuova Delhi, la tavolozza della diplomazia internazionale dipingerà un quadro preoccupante. Ansiosa di sedersi al convivio indiano, ma poco entusiasta di dover spartire la torta del mercato bellico con Usa ed Europa, Mosca ha siglato un importante affare mirante allo sviluppo congiunto dei jet di quinta generazione, invisibili ai radar nemici. In più, è stato conchiuso un accordo per la realizzazione di altre due centrali nucleari a scopo civile nello stato indiano meridionale di Tamil Nadu.

Gli sviluppi di questi ultimi giorni lasciano adito ad alcuni dubbi sulla reale possibilità che la tradizionale rivalità sino-indiana sia destinata a spegnersi presto. Un tempo, le dirigenze delle grandi potenze erano in grado di manovrare le rivalità e strumentalizzare gli interessi degli stati più deboli al fine di conseguire gli obiettivi della propria politica estera. Oggi però, questo gioco diplomatico sta divenendo sempre più pericoloso. Lungi dall’essere delle semplici pedine sullo scacchiere delle grandi, le potenze emergenti si sono ormai dotate degli strumenti finanziari, politici e militari necessari per rivendicare un ruolo attivo da protagoniste nella politica internazionale contemporanea. Se, nel perseguire ciascuno i propri interessi particolaristici, l’arte diplomatica del compromesso dovesse fallire, le conseguenze potrebbero essere disastrose.

22/12/2010

fonte PeaceReporter

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