La falsa transizione democratica birmana

All’indomani delle elezioni, criticate dalla comunità internazionale, la giunta al potere ha annunciato la denazionalizzazione delle imprese statali

di Marco Luigi Cimminella

Il governo del Myanmar ha deciso di privatizzare il 90 per cento delle imprese nazionali, di proprietà dello stato, entro la fine del 2011. La testata “Weekly Eleven” riporta le parole del ministro dell’Industria birmano, Khin Maung Kyaw, secondo cui la misura è manifestazione degli sforzi del paese di intraprendere la strada della democrazia.

Ma la liberalizzazione economica, propagandata dal regime di Rangoon, sembra essere piuttosto fittizia, così come si sono dimostrate le consultazioni elettorali dello scorso novembre, dove il partito dell’Unione della Solidarietà e Sviluppo, sostenuto dalla giunta militare al potere, ha ottenuto l’80 per cento dei voti. Finora infatti, la proprietà di molte aziende statali è stata ceduta ad affaristi e imprenditori vicini al governo della giunta, in cambio di sostegno politico e finanziamento. Come descritto da “Democratic Voice of Burma“, un’organizzazione giornalistica indipendente, nel gennaio 2010 ben 250 stabilimenti di idrocarburi erano stati si privatizzati ma ” il possesso dei titoli azionari era stato semplicemente trasferito agli amici del governo”, spiega l’analista economico Aung Thu Nyein. Ad esempio, Khin Shwe, uno dei più potenti magnati birmani, proprietario della Zaykabar Company e sostenitore del regime, dopo aver conquistato un seggio in Parlamento è stato selezionato per dirigere la Śāsana Noggaha Association, ex Union Solidarity and Development Association (USDA), detentore di diverse proprietà in tutto il paese. Quest’organizzazione era stata istituita dalla élite militare per estorcere, attraverso raduni di massa, sollecitazioni di voti porta a porta, coercizione e minacce, il sostegno popolare alle politiche da lei adottate. Dotata di un suo contingente paramilitare, il Swan-Arr-Shin, l’USDA strozzava qualsiasi tentativo di opposizione. In più, alcune fonti locali riferiscono che il colosso commerciale birmano Max Myanmar, diretto dal filogovernativo Zaw Zaw, colpito dalle sanzioni finanziare statunitensi, potrà beneficiare della partecipazione al progetto del porto di Tavoy nel distretto meridionale di Tennasserim. Recentemente, Zaw Zaw aveva siglato un importante accordo per la costruzione del porto di Dawei, attraverso erogazioni di capitale thailandesi per 8.6 miliardi di dollari. Ancora, Tay Za, favorito del generale Than Shew, già gestisce miniere di rubino e giada nello stato di Kachin. L’obiettivo della giunta, secondo l’economista Sean Turnell, ordinario alla Macquarie University, in Australia, è quello di conservare la proprietà delle maggiori fonti lucrative del paese, indipendentemente dall’evoluzione della situazione politica nazionale.

Ricca di risorse naturali e minerarie, quali legno, tungsteno, gas, oro, giada, il paese ha destato l’appetito di diverse potenze, in primo luogo la Cina che, in questi ultimi tempi, si è dimostrato l’acquirente più generoso. Nonostante magnati e funzionari politici siano stati colpiti da sanzioni internazionali, Pechino, adottando la solita strategia della non ingerenza negli affari interni, ha copiosamente investito nella costruzione di strade, strutture per l’estrazione e la lavorazione di minerali e idrocarburi nonché porti sulla baia birmana del Bengala. Ma l’avidità dei generali potrebbe, in ultima analisi, rivelarsi controproducente. I dissapori e la competizione fra militari, nell’assegnare a parenti e amici le imprese statali “denazionalizzate”, avrà l’effetto di indebolire interiormente la giunta, la cui posizione a livello internazionale non è certo delle migliori. Difatti, per evidenti motivazioni economiche e politiche, la dirigenza cinese non si è unita al coro di condanna dei paesi occidentali, rigorosamente critici nei riguardi delle ultime elezioni e dell’atteggiamento repressivo adottato nei confronti delle opposizioni. Ma il fallimento del governo nel sedare gli scontri etnici scoppiati al confine con Pechino, il narcotraffico birmano e la fuga di migliaia di rifugiati nella provincia cinese di Yunnan hanno destato profonde perplessità sulle effetive capacità dei militari di garantire la stabilità e l’ordine interno. Inoltre, alcuni analisti osservano che, nell’attuazione di questa politica di finta privatizzazione, è improbabile che Ragoon accetti la proprietà diretta cinese delle attività finanziare birmane “liberalizzate”, con il conseguente quanto ovvio disappunto degli investitori del Celeste Impero.

Le promesse di pluralismo politico e di liberalizzazione economica sono state propagandate da Ragoon come i giusti strumenti per intraprendere il processo di transizione democratica. L’appropriazione delle imprese statali da parte di personalità filogovernative e le elezioni di novembre hanno dimostrato come queste promesse siano rimaste sulla carta, rivelandosi così strumenti fittizi di una transizione fittizia.

17/01/2011

Fonte PeaceReporter

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