I protagonisti del Grande Gioco: 3. Gli USA

Cinque anni fa, la rivoluzione arancione in Ucraina segnava l’inizio della presidenza del liberale Juščenko, sostenuta dalla Casa Bianca, contro l’avversario politico filo-russo Janukovič. Nello stesso tempo, si consumava in Kirghizistan la rivoluzione dei tulipani che, spodestando la dirigenza del filo russo Akayev, permetteva al capo dell’opposizione Bakiyev di esercitare la reggenza presidenziale sul territorio. Salito al potere, si prodigò subito nello stringere significative promesse di radicali riforme politiche, sociali ed economiche che avrebbero dovuto smantellare l’apparato autoritario della precedente amministrazione. Promesse che non furono mai mantenute. Al contrario, la corruzione e il nepotismo immediatamente dilagarono anche nel nuovo governo, andandosi a congiungere con altri problemi che da tempo caratterizzano lo Stato kirghizo: crisi economica, esacerbazione dello scontro fra i clan in cui si divide la popolazione, un’autorità centrale alquanto effimera e instabile e infine una politica estera piuttosto ambigua. Difatti, per tutto il suo mandato, Bakiev ha tenuto il piede in due scarpe, consentendo a Russia e Usa di avere una propria base militare sul territorio, rispettivamente a Kant e Manas.

Qualche mese fa, la vittoria del filo russo Janukovič alle elezioni ucraine aveva segnato la fine della presidenza filo occidentale Juščenko, permettendo alla dirigenza russa di riscoprire un alleato nell’area del Mar Nero. La recente rivolta, che si è avuta nelle settimane scorse in Kirghizistan, ha irrimediabilmente esautorato il presidente Bakiyev, consentendo al capo dell’opposizione, Otunbaeva, di formare un governo provvisorio. La crisi kirghiza, se da un lato si presenta come l’effetto endogeno di un’esasperazione incontenibile della popolazione che non allontana l’ipotesi dello scoppio di una guerra civile nella regione, dall’altro può essere interpretato come la finalizzazione di un disegno esogeno, di matrice putiniana, per contrastare l’ondata di rivoluzioni colorate che da tempo minaccia l’egemonia russa sull’intera area centro-asiatica e caucasica. Difatti, Mosca ha subito riconosciuto il nuovo governo, dimostrando la sua benevolenza con un fido di 150 milioni di dollari. Questi rivolgimenti, che promettono di riverberarsi con considerevoli ripercussioni sull’assetto geopolitico centro-asiatico, hanno naturalmente suscitato preoccupazioni nella classe dirigente nordamericana, fortemente intenzionata a mantenere stanziate le proprie truppe in Kirghizistan in vista dell’ottemperamento dei suoi obbiettivi di lungo termine1.

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale

L’interesse che Washington nutriva in Asia Centrale divenne sempre più insistente in seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Il primo passo da compiere era quello di liberare le ex repubbliche dai lacci del comunismo moscovita. In vista del conseguimento di questo obbiettivo, il governo nordamericano tentò di promuovere l’implementazione di riforme politiche ed economiche liberali, che potessero condurre questi Stati fragili ed autocratici nel processo di transizione verso economie di mercato. Così, nel 1992, fu emanato il Freedom Support Act e furono stanziati, dal 1992 al 2005, circa 3820.5 milioni di dollari a supporto dello sviluppo economico della regione2 . L’allontanamento dall’orbita sovietica si doveva realizzare non solo attraverso la diffusione dei valori liberali occidentali, ma anche attraverso lo smantellamento degli arsenali bellici e delle basi militari russe situate sul territorio degli stati centro-asiatici: un progetto che, esaustivamente descritto nel documento “A National Security Strategy of Engagement and Enlargement”3, puntava all’esportazione di modelli democratici e alla promozione del libero commercio internazionale, nonché alla demilitarizzazione dello spazio post-sovietico. Gli obiettivi strategici che contraddistinguevano l’agenda statunitense in Asia centrale verso la fine degli anni novanta sono chiaramente desumibili anche dal Silk Road Strategy Act, promulgato nel 1999. Grande enfasi veniva posta sulla necessità di sviluppare una profonda e profittevole interazione economica fra la regione e l’Occidente, incentivando i traffici commerciali e finanziari e osteggiando vigorosamente la proliferazione di armi nucleari, il narcotraffico, il terrorismo e la corruzione dilagante. Ma fin da subito si mostrò evidente l’interesse che Washington nutriva per le risorse energetiche della regione. Valido succedaneo agli idrocarburi medio-orientali, nel vano tentativo di placare un’insaziabile avidità, gli Stati Uniti hanno cercato di conchiudere accordi con i paesi fornitori della regione, tentando di promuovere la costruzione di corridoi energetici alternativi a quelli russi: pensiamo, ad esempio, alla costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), che avrebbe trasportato l’oro nero dal Caspio al Mediterraneo, bypassando la Russia a sud4. L’attentato alle torri gemelle del settembre 2001, combinato alla presidenza neo-conservatrice repubblicana, ebbe l’effetto di cambiare le priorità dell’agenda politica presidenziale. La “guerra globale al terrore” fu avvertita come una pregiudiziale inevitabile al fine di garantire il primato nordamericano, non solo in Asia, ma nell’intero mondo post bipolare. Tutto ad un tratto, la “Fine della storia” di Fukuyama si dimostrò una teoria ancora più infondatamente ottimistica di quanto poteva sembra inizialmente. Immediatamente la dottrina Bush, lucidamente espressa nel “The National Security Strategy of the United States of America”5, forgiò la nuova politica estera statunitense. Per fronteggiare Al Qaida ed impedire la formazione di uno Stato afgano a reggenza talebana, il Dipartimento di Stato promosse un massiccio dispiegamento di truppe a Kabul, ratificando accordi bilaterali con Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan. La Casa Bianca poté utilizzare la base militare di Karshi-Khanabad in Uzbekistan e quella di Manas in Kirghizistan, ottenne diritti di sorvolo dal Kazakhstan e l’avallo tagiko per l’uso temporaneo dell’aeroporto di Dushanbe. Infine concluse importanti accordi di scambio d’informazioni con gli Stati della regione ad eccezione del Turkmenistan6. Inizialmente, suffragandosi del beneplacito degli altri competitori della regione, Cina e Russia, ugualmente interessate a stroncare la diffusione delle reti jihadiste che minacciavano la sicurezza regionale e la loro integrità fisica, Washington poté penetrare sempre più massicciamente sul territorio, proseguendo nel contempo la sua campagna di “democratizzazione” delle autoritarie realtà centro asiatiche. Ma fu proprio questo ad incrinare i rapporti fra Usa e le ex repubbliche sovietiche. Le classi politiche dominanti nella regione erano profondamente convinte che la salvaguardia e il rispetto dei diritti umani, la promozione di riforme, la creazione di una società civile democratica e l’apertura al libero commercio internazionale avrebbe causato una rapida destabilizzazione interna. Solo un’autorità forte e centralizzata poteva garantire l’ordine7. Questa sostanziale disparità di vedute spinse gli stati centro asiatici a considerare Russia e Cina meno egemoniche degli Stati Uniti. Washington diminuì profondamente gli aiuti economici destinati a questa parte del mondo e, in seguito agli avvenimenti di Andijan8 nel 2005, le truppe nordamericane furono cacciate dalle basi militari situate in territorio uzbeko9. Mosca e Pechino, consapevoli del mutamento geopolitico che stava avvenendo nella regione, hanno cercato di approfittare della situazione, mettendo da parte i propri dissapori e avviando una sorta di collaborazione contingente contro il comune nemico, nell’ambito della struttura dell’Organizzazione di Shangai. Nel luglio 2005 infatti, durante una seduta ad Astana, Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan e Uzbekistan avanzarono, nei confronti degli Stati Uniti, la richiesta di fissare una data per il ritiro delle truppe dal territorio. La recente rivolta in Kirghizistan e i futuri orientamenti del nuovo governo di Otunbaeva, che mettono in forse la presenza americana nella base di Manas, minacciano ulteriormente gli interessi geostrategici statunitensi in Asia Centrale, aprendo nuovi scenari nel Grande Gioco del XXI secolo.

* Marco Luigi Cimminella è dottore in Relazioni internazionali e diplomatiche (Università “l’Orientale” di Napoli)

fonte eurasia

Note:

1– Amir Madani, Russia, il cambiamento dei vertici in Kirghizistan

http://temi.repubblica.it/limes/russia-il-cambiamento-dei-vertici-in-kirghizistan/12386?com=12386#scrivicommenti

Stefano Grazioli, Russia, le dinamiche del New Great Game

http://temi.repubblica.it/limes/russia-le-dinamiche-del-new-great-game/12398

Kirghizistan: i perché della rivolta – l’opinione degli esperti

http://www.eurasia-rivista.org/3745/kirghizistan-i-perche-della-rivolta-lopinione-degli-esperti

2 – Vedi tabella 6, pag. 12, Kursad Aslan, U.S. Foreign Policy toward Central Asia: Institutions Matter, febbraio 2007, http://www.allacademic.com/meta/p_mla_apa_research_citation/1/8/0/6/1/p180615_index.html

3 – The White House, A National Security Strategy of Engagement and Enlargement, febbraio 1995

http://www.au.af.mil/au/awc/awcgate/nss/nss-95.pdf

4 – Matteo Fumagalli, La dimensione strategica dell’Asia centrale tra Russia, Cina e USA, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), working paper, n°18 settembre 2007. http://www.ispionline.it/it/documents/eadub_18_2007.pdf

5 – G. W. Bush, The National Security Strategy of the United States of America, Washington D.C., 20 settembre 2002.

http://www.globalsecurity.org/military/library/policy/national/nss-020920.pdf

6 – Matteo Fumagalli, La dimensione strategica dell’Asia centrale tra Russia, Cina e USA, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), working paper, n°18 settembre 2007. http://www.ispionline.it/it/documents/eadub_18_2007.pdf

Kursad Aslan, U.S. Foreign Policy toward Central Asia: Institutions Matter, febbraio 2007, http://www.allacademic.com/meta/p_mla_apa_research_citation/1/8/0/6/1/p180615_index.html

7 – Kursad Aslan, U.S. Foreign Policy toward Central Asia: Institutions Matter, febbraio 2007, http://www.allacademic.com/meta/p_mla_apa_research_citation/1/8/0/6/1/p180615_index.html

Jonathan Dunn, Rethinking American Strategy in Central Asia, marzo 2009,

http://www.allacademic.com/meta/p_mla_apa_research_citation/3/6/2/0/9/p362093_index.html

8 – Degno di nota fu il diniego avanzato dal governo uzbeko di permettere l’invio di squadre di investigatori internazionali per indagare sulle cause e sui risvolti del massacro di Andijan nel maggio 2005, quando i dimostranti, che manifestavano contro l’amministrazione di Tashkent, furono imprigionati, percossi e uccisi dalle forze governative

9 – Kursad Aslan, U.S. Foreign Policy toward Central Asia: Institutions Matter, febbraio 2007, http://www.allacademic.com/meta/p_mla_apa_research_citation/1/8/0/6/1/p180615_index.html

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