I protagonisti del Grande Gioco: 2 La Russia

L’energia riveste ormai un ruolo sempre più importante nella geopolitica del XXI secolo. La regione centro-asiatica, ricca di idrocarburi, ha sempre assunto una rilevanza precipua nell’agenda politica del Cremlino. Fin dai tempi dell’autocrazia zarista, la Russia aveva puntato ad estendere i propri confini imperiali in Asia Centrale e Meridionale. Spingendosi dai ghiacciai siberiani fino al Caucaso, aveva potuto fruire dei considerevoli approvvigionamenti di petrolio e gas naturale presenti soprattutto nel Mar Caspio, considerato per secoli come un lago interno russo. Almeno fino al 1918. Difatti, insieme ai massacri e alle tremende devastazioni che la Prima Guerra Mondiale portò con sé, vi era anche l’insegnamento per cui gli imperi multinazionali non durano per sempre. Al termine del primo conflitto mondiale si assistette al collasso non solo degl’imperi tedesco, austro-ungarico e ottomano, ma pure di quello zarista: inevitabilmente si ridusse la presa russa sulla regione centroasiatica. Anche se solo temporaneamente.

Malgrado le prime promesse della rivoluzione bolscevica, soprattutto dopo l’ascesa al potere di Stalin le etnie e nazionalità dell’impero videro frustrate le velleità indipendentiste, trovandosi soggette ad un nuovo impero, questa volta sovietico. Stalin sfruttò gli ingenti approvvigionamenti di petrolio e gas naturale per alimentare la costosa e imponente macchina bellica russa che si apprestava ad entrare in conflitto contro la minaccia tedesca prima e quella statunitense poi. Fu proprio nel corso della Guerra Fredda che, nel tentativo di primeggiare, in termini economici, tecnologici e militari, sulla rivale superpotenza occidentale, il regime stalinista impose una divisione del lavoro che ridusse le diverse repubbliche dell’Asia centrale a semplici fornitori di materi prime.

Successivamente, però, le debolezze intrinseche all’impero di Stalin (i difetti dell’economia pianificata, lo sfruttamento indiscriminato degli stati satelliti, i costi sociali dell’industrializzazione) furono rivelate nella loro drammaticità dopo la morte del dittatore comunista e l’inizio del processo di destalinizzazione. Inizialmente con Chruščëv, poi con Gorbačëv, fu consentita una limitata devoluzione di poteri da Mosca ai vari governi nazionali, lasciando spazio forse inevitabilmente alla crescita dei movimenti indipendentisti e, in Caucaso ed Asia Centrale, dei gruppi radicali islamici che, con fervore e spesso con violenza, reclamavano la possibilità di autodeterminarsi1. L’infiacchimento dell’Unione Sovietica si riverberò ben presto sull’intera area centroasiatica. Zbigniew Brzezinski parla di una sorta di “buco nero” che si creò nella regione con la disintegrazione dell’URSS. L’indipendenza di Ucraina, Georgia, Armenia e Azerbaigian ha indebolito la posizione russa sul Mar Nero, ostacolando qualsiasi tentativo di Mosca di mantenere o ricostruire un impero euroasiatico. Inoltre, le ex repubbliche sovietiche centroasiatiche, sfruttando il sostegno politico ed economico di Turchia, Iran, Pakistan e Arabia Saudita, hanno tentato di liberarsi dai vincoli residui della reggenza sovietica2: ed è così che la Russia ha cominciato una condivisione forzata delle ingenti risorse energetiche del bacino caspico con gli Stati dell’area, i quali, contando sul contributo finanziario delle potenze occidentali (e, nella direttrice orientale, della Cina), hanno potuto esportare gas e petrolio attraverso corridoi multimodali alternativi a quelli russi, come l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan, giocando un ruolo importante nei piani statunitensi di indebolimento della leva energetica che Mosca detiene nella regione attraverso il colosso Gazprom.

Gli interessi russi in Asia Centrale e Meridionale

Gli interessi principali che la Russia nutre in Asia centrale e Meridionale sono di diversa natura. Un primo obbiettivo riguarda la sicurezza. Un interesse condiviso con la Cina che teme la proliferazione e la diffusione a macchia d’olio di movimenti indipendentisti e di gruppi islamici radicali. Il fondamentalismo religioso, unitamente al traffico di armi e stupefacenti, costituivano e costituiscono una minaccia non solo per i paesi centroasiatici, ma anche per Mosca, che fin dall’inizio degli anni novanta ha stanziato le sue truppe in Tagikistan, per impedire un effetto di traboccamento dei movimenti radicali dall’Afghanistan.

Un secondo interesse è di carattere energetico e strategico. Mosca è decisa a mantenere un ruolo centrale nell’estrazione, raffinazione ed esportazione degli idrocarburi caspici e centroasiatici in Europa. Nel momento in cui dovesse venire a ridursi la quota di risorse fornita da Gazprom ai paesi europei, verrebbe meno anche quel vincolo energetico che costituisce forse la pregiudiziale ineludibile della loro reciproca amicizia. In effetti, il “South Stream” e il “Nord Stream” devono essere interpretati come strumenti per contrastare “l’offensiva” atlantica. Inoltre, conscia del fatto di non poter affrontare da sola l’ambizione egemonica statunitense in Asia Centrale e Meridionale, palesatasi soprattutto nella dottrina Bush e nella “guerra al terrore” proclamata dalla presidenza repubblicana in seguito all’attentato delle Torri Gemelle, Mosca ha cercato degli “alleati” rivolgendosi a quegli stati che potessero manifestare una certa comunità di intenti, anche solo parziale.Tra questi vi è la Cina: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai ne è una esemplificazione4.

In questi ultimi tempi, le relazioni fra Washington e Pechino si sono deteriorate. Pensiamo alla questione di Google, alle critiche statunitense sulla “manipolazione” dello yuan e all’accordo fra Taiwan e Stati Uniti per la vendita a Taipei di 60 elicotteri Black Hawk, 114 missili Patriot e sofisticati sistemi di comunicazione. Allo stesso tempo, qualche settimana fa il vicepresidente cinese Xi Jinping si è recato a Mosca, dove ha incontrato sia Medvedev che Putin, ricordando che “le buone relazioni e i caratteristici rapporti di partenariato strategico dei nostri paesi, non sono cambiati”. Difatti, i due paesi hanno stipulato da poco alcuni profittevoli accordi al fine di incentivare la cooperazione bilaterale in ambito finanziario ed industriale5. Naturalmente, non bisogna dimenticare i rapporti che legano gli Stati Uniti con il gigante asiatico: i primi sono i principali acquirenti dei manufatti cinesi, mentre il secondo costituisce il principale creditore del considerevole debito pubblico nordamericano. In più, nel tentativo di placare il proprio appetito energetico, Pechino, in competizione con il monopolio russo, ha conchiuso accordi bilaterali con i paesi che compongono l’area centroasiatica. A titolo esemplificativo, pensiamo all’oleodotto Atasu-Alašankou, la cui continua espansione permetterà di collegare Kumkol, nell’area centrale del Kazakhstan, con Kenkiyak, nella regione più occidentale del paese, consentendo alla Cina di mettere le mani sugli abbondanti approvvigionamenti energetici delle acque del Caspio. Allo stesso modo bisogna interpretare il patto sulla cooperazione energetica siglato dalla China National Petroleum Corporation e dalla compagnia petrolifera dello Stato uzbeko6. Accordi che sono espressione di una rivalità di fondo fra due paesi che, mettendo da parte le proprie diatribe, mostrano però quella lungimiranza necessaria a collaborare per un fine comune: indebolire la presenza statunitense in Asia.

* Marco Luigi Cimminella, dottore in Relazioni internazionali e diplomatiche, collabora con la redazione di “Eurasia”

fonte eurasia

Note:

1 – Dawisha and Parrott, Russia and the New States of Eurasia, the Politics of Upheaval, Cambridge University press 1994, pagg. 1-22

2 – Brzezinsky Zbigniew, La Grande Scacchiera, Longanesi, Milano, 1997, pagg. 121-166

3 – Matteo Fumagalli, La dimensione strategica dell’Asia centrale tra Russia, Cina e Usa

http://www.ispionline.it/it/documents/eadub_18_2007.pdf

4 – Daniele Scalea, Iran e Russia: amici o rivali?

http://www.eurasia-rivista.org/3592/iran-e-russia-amici-o-rivali

5 – Russia Today 24 marzo 2010, http://www.eurasia-rivista.org/3582/la-creazione-di-un-mondo-multipolare-pechino-e-mosca-fanno-causa-comune-contro-lunilateralismo

6 – Central Asia – Caucasus Institute Silk Road Studies Program – A Joint Transatlantic Research and Policy Center, Johns Hopkins University, The New Silk Roads. Transport and Trade in Greater Central Asia, Edited by S. Frederick Starr. 2007 Central Asia-Caucasus Institute & Silk Road Studies Program

Niklas Swanström, Nicklas Norling, Zhang Li, China, pagg. 389-420.

http://www.silkroadstudies.org/new/docs/publications/GCA/GCAPUB-12.pdf

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