Human Rights Watch: Italia razzista e xenofoba

Rosarno, Rom e respingimenti: le denunce all’Italia contenute nel report 2011 dell’organizzazione umanitaria con sede a New York

di Marco Luigi Cimminella

Siamo razzisti e xenofobi. Questo traspare dal rapporto annuale di Human Rights Watch, “World Report 2011“, in cui viene analizzata la questione del rispetto e della salvaguardia dei diritti umani nel mondo.

Con parole poco lusinghiere e tanto veritiere, l’organizzazione newyorkese descrive la difficile situazione italiana, dove la discriminazione sessuale, etnica, religiosa aleggia, spesso con indifferenza, nella vita politica e sociale del Paese. In particolare, vengono riportate le vicende di Rosarno, quando lo scontro violento fra migranti africani e forze dell’ordine produsse diversi feriti da entrambe le parti. Il rapporto focalizza l’attenzione anche sulle discriminazioni operate nei confronti dei rom e sinti, stipati in campi autorizzati o abusivi, oggetto di “sfratti forzati” e contributi economici affinchè abbandonino il paese. Centrale anche la questione dei respingimenti. La Corte europea dei diritti dell’uomo e il Consiglio d’Europa diverse volte si sono pronunciati contro il trasferimento di sospettati di terrorismo (come Mohammed Mannai in Tunisia), spesso a rischio di maltrattamenti e violenze nei propri Paesi d’origine. Fortemente criticato il comportamento dell’Italia che, nell’Aprile del 2010, in violazione del divieto di respingimento, ha rispedito in Libia un carico di persone, senza curarsi della proprio stato psico-fisico e senza offrire loro la possibilità di chiedere asilo. Dure le condanne anche in riferimento agli episodi del G8 di Genova. Dopo gli scontri, sebbene fossero state comminate condanne per 25 agenti, il ministero dell’Interno ha “comunicato di non volerli sospendere”.

Nell’esaminare la situazione a livello mondiale, Human Rights Watch esecra l’approccio politico adottato dai governi dei Paesi democratici. I diritti umani sono largamente oggetto di sistematiche violazioni da parte di regimi autoritari che, facendo leva sugli interessi economici e finanziari occidentali, approfittano della passiva opposizione dei Paesi cosiddetti ‘democratici’. In particolare, viene critica la diplomazia europea, il cui “ritualistico supporto al dialogo e alla cooperazione con i governi repressivi è troppo spesso una scusa per non agire”. Emblematico è il caso della Cina. Aggiunge l’organizzazione statunitense che “nonostante diversi Paesi continuino a perseguire un dialogo sui diritti umani con il governo cinese, poche di queste opache discussioni hanno prodotto significativi risultati nel 2010”. Sono diverse le emergenze denunciate dal report.

In Iran, la libertà di associazione e di stampa si sta gradualmente spegnendo, mentre il fondamentalismo religioso alimenta discriminazioni religiose e sessuali. Dopo le contestate consultazioni elettorali del 2009, più di seimila persone sono state arrestate. Giornalisti, attivisti, politici, avvocati sono attualmente detenuti e oggetto di torture al fine di estorcere confessioni. In alcuni casi, nella pena di morte risiede la tragica capitolazione dell’opposizione e della dissidenza.

In Egitto, nonostante la Costituzione assicuri “pari diritti, indipendentemente dalla fede religiosa”, i cristiani copti, che rappresentano il 10 per cento della popolazione, vengono discriminatamente esclusi dalla vita politica ed economica del Paese. Spesso sono anche oggetto di attentati, come è avvenuto nella notte di Capodanno ad Alessandria d’Egitto, dove sono morte 23 persone.

Mentre in Russia gli attivisti continuano ad essere preda di attacchi e vessazioni, in Cina giornalisti e blogger, che non si uniformano alla politica governativa, vengono sistematicamente reclusi. Preoccupante è anche la situazione degli uiguri, nella provincia dello Xinjiang, sottoposti alle misure repressive del regime di Pechino.

Infine, mentre nei campi profughi haitiani il tasso di violenze sessuali perpetrate contro le donne è drammaticamente aumentato, in Arabia Saudita la popolazione femminile è sottomessa all’universo maschile, in ambito educativo, lavorativo e matrimoniale. In particolare, il governo non ha ancora fissato un limite di età per contrarre matrimonio, incentivando il fenomeno delle spose bambine.

La salvaguardia dei diritti umani sembra non rivestire un’importanza centrale nelle agende programmatiche delle grandi potenze mondiali che, nel perseguimento dei propri interessi particolaristici, si abbandonano facilmente ed egoisticamente a politiche di appeasement umanitario.

24/01/2011

fonte PeaceReporter

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