Greece debt crisis, a new reform plan to break deadlock

Greece has submitted a plan of economic reforms totalling €13bn late on Thursday, in order to get a three-year €53.5bn loan. The measures proposed by Alexis Tsipras leftist government include tax rises, pension reforms, privatisation and public spending cuts. Athens needs a third bailout to avoid a default and to prevent a possible euro exit.

On Friday, the greek parliament is set to discuss and vote the plan. The proposals will be considered by Eurozone finance ministers on Saturday and by European union leaders at a summit in Brussels on Sunday. The measures include:

– tax rise on shipping companies and scrapping tax discounts for islands
– unifying VAT rates at standard 23%, including restaurants and catering
– phasing out solidarity grant for pensioners by 2019
– €300m ($332m; £216m) defence spending cuts by 2016

An austerity measures package was rejected by more than 60 % of Greek voters last week, when a referendum was held on July, the 5th: since then, the Syriza-led executive has strenghtened its political mandate and refused to accept troika financial diktats. Although it seems that Tsipras wants to concede, in this last round of talks, the harsh reforms claimed by European commission, International monetary fund and European central bank, it now demands, in return, more than in the past: it aims at a renegotiation and restructuring of its huge debt, which reachs €320 bn.

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La riforma dell’istruzione in Cile tra le proteste di studenti e insegnanti

Insegnanti e studenti cileni si sono scontrati con la polizia a Santiago mercoledì 23 giugno, dopo aver protestato contro la riforma dell’istruzione promossa dal governo della presidente Michelle Bachelet. È solo l’ultima delle manifestazioni di un grande movimento di contestazione studentesca nato nel 2011. I dimostranti chiedono una maggiore partecipazione nel processo di riforma del sistema educativo, considerando insufficiente il primo pacchetto di misure approvato dal congresso nel gennaio 2015.

Gli agenti hanno usato i cannoni ad acqua per disperdere la folla, che ha bloccato per trenta minuti le strade di fronte al ministero dell’istruzione, urlando “mettiamo giù i nostri evidenziatori, non insegniamo ai ladri politici”. Bachelet ha presentato un provvedimento che dispone un aumento degli stipendi degli insegnanti del 28 per cento ma che prevede un meccanismo di aggiustamento dei salari in base a valutazioni periodiche del docente.

Le contestazioni si inseriscono in un momento difficile per l’esecutivo, che deve affrontare una grave crisi di credibilità dopo gli scandali di corruzione che sono scoppiati nel paese. Gli studenti sono indignati perché alcune società cilene sono state accusate di evadere le tasse e di usare false fatture per finanziare campagne politiche, proprio quando il governo deve trovare fondi per finanziare scuole e università.

Secondo Diego Vela, direttore di Educación 2020, un’organizzazione no profit cilena che promuove l’uguaglianza negli studi, degli 8,3 miliardi di dollari raccolti con l’aumento delle tasse, 5 miliardi sono stati destinati all’istruzione.Tuttavia, sottolinea Vela, la maggior parte di questo denaro è già stata assegnata, lasciando quasi nulla al progetto di legge sull’educazione universitaria.

La prima parte della riforma scolastica, approvata in gennaio, renderà gratuita la scuola dall’asilo agli studi superiori. Il secondo pacchetto dovrebbe essere presentato al congresso nel secondo semestre di quest’anno e si concentra sull’università. Il progetto di legge permetterà a circa 264.000 studenti di frequentare gratuitamente centri di formazione tecnica, istituti professionali accreditati e università del Consejo de rectores, organismo collegiale che riunisce i rettori di venticinque università cilene, pubbliche e private.

I punti principali delle misure sulla scuola già approvate:

– Il ticket che le famiglie pagano alle scuole sarà eliminato a partire da marzo 2016, grazie alle maggiori sovvenzioni statali che riceveranno gli istituti. Prima della riforma, solo la scuola elementare era gratuita, tutti gli altri gradi di istruzione erano finanziati da risorse pubbliche solo al 25 per cento: per questo, molti studenti erano costretti a chiedere prestiti e indebitarsi per proseguire gli studi. Tuttavia, non è ancora chiaro quando il ticket scomparirà del tutto: secondo il governo, entro il 2017 il 93 per cento delle matricole frequenterà la scuola gratuitamente.

– Tutti gli istituti che ottengono aiuti economici statali non potranno remunerare profitti e non potranno selezionare gli alunni. La selezione attraverso prove d’ingresso è consentita solo nelle scuole private.

Liceos emblemáticos. Sono i licei di riconosciuta tradizione, prestigio ed eccellenza del paese: la riforma prevede che potranno essere selezionate solo il 30 per cento delle matricole, come negli istituti artistici. Il restante 70 per cento verrà scelto attraverso sorteggio.

Il prossimo obiettivo del governo è quello di porre le scuole pubbliche, ora gestite e finanziate dagli enti municipali, sotto il controllo dell’autorità nazionale.

Fonte Internazionale

La lotta dei popoli indigeni del Brasile contro la diga di Belo Monte

belo monte damIl governo brasiliano ha violato la costituzione e il diritto internazionale per costruire alcune centrali idroelettriche nella regione amazzonica. Sono le critiche mosse da un leader indigeno locale, invitato a partecipare oggi alla 29° sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, che punta il dito contro la diga di Belo Monte e quella che dovrebbe sorgere sul fiume Tapajós.

Ademir Kaba Munduruku ha accusato il governo di non aver consultato le comunità indigene che vivono nella foresta amazzonica prima di avviare la costruzione della diga di Belo Monte, la terza più grande al mondo dopo quella cinese delle Tre gole e quella di Taipu, al confine tra Brasile e Paraguay. L’infrastruttura, che dovrebbe essere completata entro il 2019, sorge sul fiume Xingu, nella regione di Altamira dello stato di Parà, nel nord del Brasile.

La consultazione dei gruppi indigeni non è prevista solo dalla Costituzione del paese, ma anche dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e dalla Dichiarazioni dei diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite, controfirmata dal Brasile. Per questo, ha sottolineato Munduruku, l’esecutivo dovrebbe discutere con le comunità locali anche dei piani per la costruzione di un’altra diga sul fiume Tapajós. “Solo dopo aver parlato con i rappresentanti di tutti i 126 villaggi che si trovano lungo il fiume Tapajós, il governo potrà prendere una decisione”, ha detto. I Munduruku rappresentano la comunità indigena più numerosa a risiedere nel bacino di questo fiume, dove vivono circa tredicimila persone.

Nonostante le proteste, i lavori di completamento della diga di Belo Monte sono andati avanti: ormai la struttura è al 77 per cento e l’impianto dovrebbe cominciare a generare elettricità entro novembre 2015. A regime, dovrebbe produrre circa undicimila megawatt di energia ed essere così in grado di soddisfare il fabbisogno di 60 milioni di persone, ha sottolineato Norte Energia, il consorzio di imprese statali e fondi pensionistici responsabile del cantiere. Il costo stimato della diga è di 14,4 miliardi di dollari. I finanziamenti arrivano principalmente dall’istituto di credito brasiliano O banco nacional do desenvolvimento, una delle banche di sviluppo più grandi al mondo: il suo portafoglio di investimenti è più grande di quello della Banca di sviluppo interamericano e della Banca mondiale messi assieme.

Le ragioni del governo. La compagnia statale Empresa de Pesquisa Energética ha calcolato che il Brasile necessita di almeno 6.350 megawatt di energia in più all’anno fino al 2022, da aggiungere ai 121.000 megawatt che già produce. Un team di esperti ha valutato tutte le opzioni possibili per raggiungere questo traguardo: dallo sfruttamento dei giacimenti offshore di petrolio e gas all’impiego di fonti energetiche alternative, come quella solare ed eolica, passando per l’utilizzo del suo potenziale idroelettrico. Sulla base di criteri di economicità, rinnovabilità e tecnologia disponibile, l’esecutivo brasiliano ha deciso di coprire il suo fabbisogno con l’energia idroelettrica per il 50 per cento, per il 30 per cento con vento e biomasse, e con idrocarburi per il restante 20 per cento.

Il Brasile genera circa il 70 per cento della sua elettricità con le centrali idroelettriche. Tuttavia, i due terzi del suo potenziale idroelettrico non sono attualmente sfruttati: si tratta di 180.000 megawatt di energia, 80.000 dei quali si trova nelle aree protette del paese, dove risiedono le comunità autoctone. La Norte Energia ha chiarito di aver già consultato i popoli indigeni: tra il 2007 e il 2010 ci sono stati quattro dibattiti pubblici, 12 riunioni con i rappresenti locali e 30 visite nei villaggi. Inoltre, il consorzio si è impegnato a compensare l’intera regione con 88 milioni di real all’anno (pari a oltre 25 milioni di euro).

Le ragioni dei contrari. Le associazioni ambientaliste e alcune comunità indigene hanno cercato di ostacolare la costruzione della diga. L’organizzazione ecologistaAmazon Watch spiega che il complesso sarà in grado di deviare l’80 per cento del corso del fiume Xingu, devastando un’area di 1.500 chilometri quadrati di foresta pluviale brasiliana e causando lo sfollamento di oltre 40.000 persone. Inoltre, l’enorme cantiere ha attirato migliaia di lavoratori e migranti, cambiando il volto di una regione incontaminata: la prostituzione e la criminalità sono dilagate nell’intera zona, e le comunità locali si sono divise e sono entrate in conflitto tra loro. Gli attivisti sottolineano anche i danni provocati all’ambiente: l’acqua del fiume è stata inquinata, mettendo a rischio la biodiversità dell’ecosistema e la stessa alimentazione dei popoli indigeni.

Inoltre, in molti dubitano dell’effettiva utilità del progetto. I critici sostengono che la diga di Belo Monte riuscirà a produrre gli undicimila megawatt di energia attesa solo nei periodi di piena del fiume Xingu. Tuttavia, la stagione delle piogge in Amazzonia dura solo 4 mesi, da febbraio a maggio. Per il resto dell’anno, la diga potrà generare al massimo cinquemila megawatt di elettricità, circa il 40 per cento in meno del suo potenziale.

Fonte Internazionale

La Bolivia permette l’esplorazione petrolifera delle aree protette

L’esecutivo boliviano ha autorizzato l’esplorazione di giacimenti petroliferi nelle aree del paese protette per motivi ambientali. Le organizzazioni non governative hanno contestato l’iniziativa, ma il presidente Evo Morales ha minacciato di espellerle dalla Bolivia se dovessero ostacolare lo sviluppo industriale nazionale. Lo stato, che ha già firmato accordi con imprese straniere, ha promesso un compenso in denaro per le comunità indigene che vivono nelle zone protette pari all’1 per cento degli investimenti fatti dalle aziende per i progetti di esplorazione.

Il 20 maggio scorso è stato approvato il decreto supremo 2366 che apre 11 delle 22 aree protette del paese alla ricerca e all’eventuale sfruttamento del petrolio da parte del colosso energetico statale Yacimientos petrolíferos fiscales bolivianos (Ypfb) e delle imprese straniere che hanno già firmato accordi con il governo di La Paz. Tra queste, la multinazionale francese Total, la spagnola Repsol, la brasiliana Petrobras, la russa Gazprom, la cinese Eastern petroleoum and gas e la joint venture boliviano-venezuelana Petro Andina. Per il momento l’attività di esplorazione, che comincerà nel 2016, riguarda 7 zone che si trovano nelle aree di Chuquisaca, Santa Cruz, Tarija, Cochabamba, Beni e La Paz.

Con l’aggiunta di queste aree finora protette, la superficie totale in cui possibile esplorare ed estrarre idrocarburi si estende per circa 24 milioni di ettari e costituisce il 22 per cento dell’intero territorio nazionale. I nuovi progetti sarebbero 86: l’obiettivo del governo è individuare nuovi giacimenti, dato che quelli attualmente sfruttati si esauriranno entro dieci anni, e garantire così lo sviluppo dell’industria petrolifera, il motore dell’economia nazionale. La Bolivia rappresenta un’importante fonte di approvvigionamento per i mercati latinoamericani, come quello argentino, peruviano, brasiliano e paraguaiano.

L’esecutivo di La Paz assicura che verranno impiegate le migliori tecnologie per arrecare il minor danno possibile all’ecosistema. Ma le organizzazioni non governative sono sul piede di guerra. Gli attivisti hanno criticato duramente Evo Morales, sostenendo che il presidente boliviano approva un provvedimento dannoso per l’ambiente, mentre si erge a leader della lotta mondiale contro il riscaldamento globale e fautore di un tipo di sviluppo che rispetta le comunità indigene.

In particolare, il movimento ecologista teme l’eliminazione di un obbligo che, finora, le imprese petrolifere hanno dovuto rispettare: quello di consultare gli indigeni, che vivono nelle aree protette, prima di cominciare i lavori. Con la nuova legge, le imprese potranno limitarsi a rimborsare le comunità locali destinando loro l’1 per cento degli investimenti che effettueranno per realizzare i loro progetti. Morales ha accusato le ong di ostacolare la crescita economica nazionale, affermando che i boliviani non faranno i “guardaboschi” per i paesi sviluppati.

Fonte Internazionale

Le cause della crisi in Grecia

La Grecia ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità molto prima di adottare la moneta unica nel 2001. La spesa pubblica, l’evasione fiscale, il gigantesco apparato statale e le carenze del settore privato spiegano solo in parte le difficoltà del paese. Due debolezze strutturali sono alla base della sua economia e, quindi, della crisi ellenica.

Lo squilibrio fiscale.  Ha caratterizzato la Grecia negli ultimi tre decenni. I governi di Atene hanno registrato continui deficit di bilancio, con il conseguente aumento del livello di indebitamento pubblico. Fino agli anni ottanta, quando il denaro preso a prestito era impiegato prevalentemente per gli investimenti, il debito pubblico costituiva il 25 per cento del Pil. Nel periodo successivo, i prestiti sono stati anche usati per stimolare i consumi interni e favorire un innalzamento del tenore di vita nel paese: così il debito pubblico è cresciuto, salendo all’80 per cento del Pil alla fine degli anni ottanta e arrivando al 110 per cento tra il 1994 e il 1999.

Con l’ingresso nell’eurozona, la Grecia ha beneficiato di un abbassamento dei tassi di interesse sul debito e di un più facile accesso al credito: prima della crisi, infatti, gli investitori pensavano che nessun governo dell’area euro potesse dichiarare default. Allo stesso tempo, la moneta unica, supportata dalla politica della Banca centrale europea, ha contribuito a ridurre l’inflazione in un paese in cui l’indicatore era sempre stato alto. I primi effetti di questi due fattori sono stati un aumento degli investimenti privati, dei consumi e della spesa pubblica. I governi di Atene hanno registrato un deficit pubblico medio tra il 1999 e il 2008 pari al 6 per cento del Pil. Nel 2008, il debito pubblico greco rispetto al Pil è stato del 110 per cento, il più alto nell’eurozona. Inoltre, la crescita dei consumi interni, dovuta a bassi tassi di interesse e alla maggiore liquidità in circolazione, hanno innescato un aumento del prezzo di beni e servizi, rendendo le esportazioni greche meno competitive.

Il deficit pubblico è la differenza tra quanto incassa e quanto spende uno stato in un anno. Il debito pubblico è la somma dei deficit pubblici accumulati nel corso degli anni.

Il rischio del default greco non è stato più trascurabile. Gli investitori hanno pretesto un maggior rendimento per acquistare bond ellenici; altri, meno coraggiosi, hanno cominciato a vendere quelli in loro possesso.

Lo squilibrio commerciale. La Grecia ha avuto uno dei più alti deficit nella bilancia dei pagamenti tra i paesi dell’area euro. L’aumento dell’inflazione e degli stipendi è stato superiore agli aumenti medi registrati nel resto dell’eurozona: così le esportazioni greche sono diventate più costose e meno appetibili sul mercato rispetto a quelle straniere. Una perdita di competitività che Atene ha sofferto insieme a Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia, e che si è contrapposta al successo commerciale di paesi economicamente più sani, come la Germania, capaci di registrare un surplus sistematico nella bilancia dei pagamenti.

La bilancia dei pagamenti di uno stato è la differenza di valore tra le importazioni e le esportazioni di beni, servizi, flussi di capitale e trasferimenti unilaterali.

Questo divario ha contribuito all’impoverimento dei paesi della periferia europea. Nell’ottobre del 2013, il Tesoro statunitense aveva dichiarato che il surplus strutturale tedesco era alla base delle difficoltà dell’economia dell’eurozona. E spiegava le accuse così: “se un paese ha un surplus, un altro ha un deficit, perché l’eccesso di esportazioni e risparmi del primo deve essere assorbito dal secondo, in termini di investimenti, consumi o importazioni”. Se il paese con il surplus non fa niente per diminuirlo – ad esempio, attraverso investimenti domestici o alimentando i consumi interni – il paese in deficit ha un solo modo per ridurre le sue passività: tagliare investimenti e consumi.

Una cosa simile sembra essere accaduta nell’eurozona, dove la Germania risparmia il suo surplus e i paesi del Mediterraneo riducono il loro deficit, tagliando investimenti, consumi e importazioni. Ovviamente il paese creditore può sempre decidere di investire i propri risparmi finanziando i debiti di quelli in difficoltà. La Germania, in linea di principio, è pronta a farlo; ma non prima che la Grecia stringa ulteriormente la cintura.

Boicottare la Nutella non serve all’ambiente, dice Greenpeace

“Boicottare la Nutella non serve all’ambiente”. È il commento dell’associazione ambientalista Greenpeace alla polemica sollevata dalla ministra dell’ecologia francese Ségolène Royal che, parlando in tv, aveva invitato a boicottare la famosa crema gianduia perché poco rispettosa della natura.

La Ferrero, casa produttrice della cioccolata spalmabile, ha risposto alle accuse, sottolineando che l’azienda “impiega al 100 per cento olio di palma certificato sostenibile per i suoi prodotti confezionati a Villers-Ecalles”. Royale si è poi scusata su Twitter e la tensione con le autorità e l’azienda italiana è rientrata.

Tuttavia, alcuni esperti si domandano se effettivamente le piantagioni di olio di palma possano essere “sostenibili”.

L’olio di palma è un ingrediente base di molti prodotti alimentari e per la casa, e di alcuni tipi di carburante. Per coltivare la palma da olio, vengono tagliati migliaia di ettari di foresta tropicale ogni anno. Per rispondere alle richieste crescenti del mercato, infatti, proprietari terrieri hanno ampliato gradualmente le loro piantagioni. Ma l’abbattimento e l’incendio degli alberi, necessario per fare spazio alle piantagioni, danneggia l’ambiente, con l’emissione nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica e altri prodotti della combustione, come il monossido di carbonio. Inoltre queste monocolture provocano l’inquinamento delle falde acquifere, causato soprattutto dai diserbanti.

La deforestazione rappresenta una delle principali cause del cambiamento climatico: la conversione delle foreste in terreni coltivati a palma da olio comporta una riduzione della produzione di ossigeno, fondamentale per riequilibrare l’anidride carbonica emessa dalle attività umane. I danni all’ambiente non sono l’unica critica rivolta a produttori e consumatori di olio di palma. Anche i costi sociali sono molto alti. Esperti e attivisti hanno denunciato casi di lavoro minorile, sfruttamento, rischi per la salute, condizioni lavorative precarie e violazioni dei diritti umani.

È l’altra faccia della medaglia di un business altamente redditizio. La domanda globale di olio di palma è aumentata esponenzialmente negli ultimi quarant’anni: si è passati dai 25 milioni di tonnellate prodotte nel 1970 ai 150 milioni di tonnellate del 2010. La tendenza è dovuta soprattutto alla crescita della popolazione mondiale e del consumo di questo olio vegetale negli alimenti e in altri prodotti, così come a una maggiore diffusione dei biocarburanti. Tradotto in denaro: un volume d’affari annuale di circa 50 miliardi di dollari. I principali produttori sono l’Indonesia e la Malesia, responsabili di oltre l’80 per cento delle riserve mondiali. Seguiti da Thailandia, Colombia, Nigeria, Papa Nuova Guinea ed Ecuardor.

In risposta alle pressioni di ambientalisti e organizzazioni non governative, le aziende che impiegano olio di palma si sono impegnate ad acquistare la materia prima solo da fornitori certificati dalla Roundtable on sustainable palm oil (Rspo), un’organizzazione internazionale con sede a Zurigo che ha definito gli standard globali da rispettare per garantire una produzione ecosostenibile. Tra queste aziende c’è anche la Ferrero. L’olio di palma usato per la Nutella viene da Malesia, Indonesia, Brasile e Papua Nuova Guinea. La Ferrero ha inoltre precisato che la quantità di olio di palma impiegato nei loro prodotti è pari “al solo 0,3 per cento della produzione totale a livello mondiale”.

Il Worldwatch institute ha però sollevato alcuni dubbi sui criteri di sostenibilità fissati dalla Rspo. Secondo la Rspo, le piantagioni che hanno ricevuto il bollino di sostenibilità non sorgono su un terreno considerato “ad alto valore di conservazione”, tuttavia per Worldwatch institute la definizione di queste categorie è lasciata alla discrezionalità dei singoli paesi.

Fonte Internazionale